Le principali piante da orto 2018-01-23T17:08:30+00:00

Project Description

Le principali piante da orto si dividono in sette specie: Solanacee, Cucurbitacee, Leguminose, Composite, Ombrellifere e Crucifere.

 

SOLANACEE 

Appartengono alle solanacee: patata, pomodoro, peperone, melanzana (oltre all’alchechengi), tutte di importazione: la melanzana dall’Asia, le altre dall’America.

La patata

patare

Originaria degli altipiani del Perù (circa 2.000 metri di quota), necessita di un clima mite. Quello italiano non è ottimale per le ampie escursioni termiche. Infatti, si addicono meglio i climi di: Isole Britanniche, temperate dalla corrente del Golfo, Olanda, Danimarca, Nord della Francia, Belgio e Germania. Per tale ragione, da noi è sconsigliato produrre patate da seme (operazione possibile solo in Trentino e nell’altopiano della Sila) in quanto le temperature estive risultano troppo elevate e potrebbero trasmettere malattie al seme.

Nel tempo, ne sono state selezionate molte qualità, a differente colore di polpa e buccia, per vari usi culinari e adatte a diversi tipi di terreno.

Il tempo di maturazione le fa distinguere in: precoci, bastano 60 – 85 giorni dalla nascita; semiprecoci o semitardive, 90 – 120 giorni; tardive, 130 – 140 giorni.

Si seminano quando le temperature medie superano i 10° C (dalla primavera in avanti). Ideale sarebbe che questa rientrasse in un intervallo compreso tra 10/12° C e 20/22° C.

Il terreno ottimale dovrebbe avere un pH = 6, ad ogni modo inferiore a 7. Va fatta una buona concimazione di fondo (circa 0,6 kg di letame pellettato o pollina per metro quadro, oppure 6 kg di letame maturo) e una  lavorazione profonda. La distanza tra le file deve essere di 70 cm e lungo le file di 25 – 30 cm. La patata può essere interrata a 10 cm di profondità, oppure collocata in superficie e, successivamente coperta con 10 cm di terra. In tal modo usufruirà della parte più soffice del suolo.

Dopo 15 – 20 giorni e in funzione delle temperatura esterna, appariranno le prime due foglie (vere). Per evitare gelate improvvise (i germogli si danneggiano attorno a 0°), quando almeno il 50% delle patate avrà emesso le prime due foglioline, si interviene con una leggera rincalzatura, seppellendole. I vantaggi non si fermano qui: si elimineranno anche le prime infestanti e si obbligherà la pianta ad allungare lo stelo, con maggior produzione di stoloni e, quindi, di patate.

Continuando a crescere, dopo un mese si effettuerà l’ultima rincalzatura, con un’altra concimazione distribuita sul suolo prima dell’intervento. L’operazione, che porterà il cumulo a un’altezza totale di una trentina di cm, metterà i tuberi al riparo dalla luce, evitando che possano diventare verdi e produrre solanina (particolarmente velenosa).

Le patate altro non sono che un fusto modificato (riserva di amido per la pianta), quindi la semina è una moltiplicazione per talee. Il seme vero, invece, è contenuto nelle palline verdi, conseguenti alla fioritura. Un grammo ne contiene circa 900 e viene impiegato per produrre ibridi.

Nella semina per talee, si possono usare patate intere (peso 40 – 50 grammi) oppure porzioni, quando sono di maggiori dimensioni, garantendo che ogni parte abbia almeno due occhi (gemme) e un peso superiore a 20 – 30 grammi. La patata va tagliata longitudinalmente (a spicchi) e non a metà, perché la maggior parte delle gemme sta sul polo opposto a quello dov’era attaccato lo stolone. La gemma si presenta come una ciglia con un puntino. Per vederla meglio, si può farla allungare, mettendo la patata al caldo e inumidendola ogni 2 giorni. Dopo una settimana i germogli saranno ben visibili (si possono far allungare fino a 1 – 2 cm) e si potrà procedere al taglio senza problemi, seppur con qualche riguardo. Tagliata, va lasciata ad asciugare per qualche giorno per far rimarginare le ferite; infine, si pianta. La pregerminazione anticipa il raccolto di una quindicina di giorni. Diventerà indispensabile, in questo caso, coprire di terra le prime due foglioline, per evitare il gelo. Come viene posizionata la patata sul terreno, e quindi i germogli, ha invece poca importanza.

Una caratteristica importante della patata è la dormienza, cioè il periodo che intercorre tra la raccolta e la comparsa dei germogli. Questa varia tra i 70  e i 120 giorni dal raccolto ed è legata alla varietà e non alla precocità. Pertanto, la patata andrebbe seminata in tempi diversi, diversificando la qualità e tenendo presenti le esigenze di consumo. Il sacchetto del seme dovrebbe contenere le informazioni (anche se spesso non sono in italiano!).

E’ possibile aumentare il periodo di dormienza conservandola al freddo (tra 1 e 5° C), tenendo presente che, così facendo, trasforma parte dell’amido in zucchero. Pertanto, va portata a temperatura ambiente almeno una settimana prima del consumo, per consentirle di compiere il processo inverso. Ovviamente, il luogo dev’essere buio per non farle produrre solanina, che la renderebbe poco commestibile.

Malattie della patata

Le malattie della patata, cioè prodotte da agenti patogeni, sono:

  • virosi, una decina circa, che non si possono combattere ma solo prevenire, con seme esente e difendendole dagli afidi, che ne sono il vettore; un controllo visivo nei periodi critici e la rapida eliminazione delle parti colpite consente di risolvere il grave problema;
  • peronospora, che si manifesta con macchie brune inizialmente sulle foglie, poi sul fusto, infine sul tubero; bisogna intervenire preventivamente con il rame (idrossido o solfato), almeno due volte sulla parte aerea; questa prevenzione combatte anche le batteriosi, macchioline marroni molto piccole sulle foglie (in questo caso, il rame è anche curativo, non solo preventivo); se colpita da batteriosi, una volta raccolta la patata marcisce e puzza;
  • alternaria, curata anche questa preventivamente con il rame;
  • erwina carotovora, che colpisce il fusto e fa marcire la parte aerea; anche questa controllata con il rame;
  • fusarium, che si manifesta sul tubero e prosegue la sua attività anche dopo la raccolta; si presenta inizialmente con un ingiallimento del fusto, che può essere confuso con l’evoluzione naturale del ciclo della patata; provoca il marciume secco che, a differenza della batteriosi, ha poco odore; è molto pericoloso perché difficilmente viene individuato in tempo; va combattuto con la poltiglia bordolese che può sostituire il secondo trattamento a base di rame per la peronospora (per i tempi: il primo trattamento a base di rame va fatto dopo l’ultima rincalzatura, curativo anche delle eventuali ferite arrecate alla pianta durante l’operazione, mentre il secondo, con la poltiglia bordolese, subito dopo la fioritura).

Fisiopatie della patata

Le fisiopatie sono alterazioni non dovute ad agenti patogeni, bensì causate da troppa acqua, troppo caldo, gelate tardive, troppo secco, squilibri nel terreno, ecc. Le principali sono:

  • scabbia, che si presenta con buccia ruvida ed è causata da un eccesso di calcio nel terreno e, a volte, da carenza di acqua;
  • spaccature, dovute a carenza d’acqua prolungata;
  • malformazioni dei tuberi, per eccesso di acqua;

Generalmente, per la patata si interviene con due irrigazioni, a scorrimento o a pioggia, scegliendo il mattino presto, periodo del giorno con le temperature più fresche (a 18° C, già inizia ad agire la peronospora). I periodi migliori sono quando compaiono i boccioli e a fine fioritura.

Nemici della patata

Sono: afidi, che trasmettono virosi; dorifora e grillotalpa; gramigna, che buca i tuberi; pezzi di vetro o di lamiera, che tagliano e/o possono essere inglobati dal tubero.

Normalmente, la resa di prodotto è di 3 – 4 kg di tuberi per metro quadro, mentre la rotazione è triennale (un primo anno, patata; i due successivi, altre verdure).

 

Il pomodoro

 pomodoriOriginario del Perù, è stato selezionato negli ultimi duecento anni per adeguarlo a molti ambienti e alle esigenze più diverse. Varie sono le forme del frutto (piriformi, allungati, piatti, rotondi, costoluti, a ciliegina, ecc.), ma si distingue principalmente in base al tipo di crescita che può essere determinata (smette di crescere) o indeterminata (continua a crescere e, a un certo tempo, va cimato).

La forma determinataè stata selezionata per  produrre, generalmente, pomodori per l’industria conserviera (tra l’altro, i frutti maturano contemporaneamente), mentre quella indeterminata è stata selezionata per il consumo fresco e con maturazione scalare.

Il terreno ideale ha pH = 6 e va inizialmente ben concimato (0,6  kg di concime organico pellettato per metro quadrato, oppure 6 kg di letame maturo) con concimazioni aggiunte se la produzione è scalare; si possono, allora, usare prodotti organici idrosolubili, come il sangue di bue, borlande (residui della lavorazione della barbabietola) , ecc..

Il sesto di impianto varia. Se a portamento determinato è di 120 cm tra le file e 70 cm lungo la fila (la pianta non richiede scacchiatura e si sviluppa molto sul piano orizzontale). Se a portamento indeterminato la distanza tra le file è di 70 cm e di 50 lungo le file, disposte a bina (due file appaiate). In tal modo, una parte non subirà mai traumi alle radici e i sostegni si possono incrociare in alto ed essere assicurati tra loro con un ferro, legato orizzontalmente sugli incroci.

Come visto in precedenza, il seme se collocato in un ambiente a 24° C germoglia in una settimana; per crescere, poi, gli bastano 13° C. Dopo il trasloco dalla seminiera al vasetto, va portato allo stadio di prefioritura (circa 30 cm di altezza) e trapiantato definitivamente in presenza di temperature minime di 10° C. Per allegare, i fiori hanno bisogno di almeno 13° C. Il pomodoro è più sensibile alla temperatura che non alle ore di luce.

Mettendolo a dimora in prefioritura, si ha la possibilità di collocare le piantine con i fiori all’esterno della bina, vantaggio non indifferente perché tutti i fiori emergeranno sempre da quel lato (in natura striscia, con i fiori sempre rivolti verso l’alto).

Durante la crescita i germogli (cacchi o femminelle) che si formano all’ascella delle varie foglie vanno recisi (scacchiatura) quanto prima, con l’unghia o con le forbici, abbastanza vicino alla base. Se dovessero crescere femminelle di una certa dimensione, si possono piantare in vasetti, poiché si comportano come talee, e ottenere nuovi pomodori tardivi con le stesse caratteristiche della pianta madre. Analogo discorso per i succhioni che sorgono dal piede.

Se nel terreno c’è troppo azoto, anche i grappoli di fiori possono produrre femminelle e, persino, le nervature delle singole foglie. Infine, il pomodoro va lasciato crescere fino agli inizi di settembre, poi va cimato il germoglio centrale.

Quantità d’acqua richiesta: in serra, il pomodoro necessita di 1.400 litri per metro quadro; all’esterno di 600 – 900 litri, compresa la pioggia (1 mm di pioggia = 1 litro per metro quadro). Normalmente, se non piove, va bagnato 1 – 2 volte la settimana, abbondantemente.

Malattie del pomodoro

Peronospora. Produce un ingiallimento delle foglie (staccando una foglia ingiallita e osservandola in controluce si notano densità diverse), che passa al brunastro, trasmettendosi al fusto e ai frutti. Questi presentano macchie a cerchi concentrici. Normalmente colpisce da metà agosto per un aumento dell’umidità dell’aria notturna. Si combatte preventivamente con prodotti a base di rame, poltiglia bordolese, che vanno irrorati anche in presenza dei fiori, seppur con la massima cautela e di buon mattino, quando questi sono ancora chiusi; il tempo di carenza è di 20 giorni. Per pomodori da salsa intervenire prima di fine luglio, visto che il raccolto viene fatto nella seconda metà di agosto.

Alternaria. Anche questa inizia con un ingiallimento delle foglie e con macchie brune sui frutti che possono marcire in qualunque parte, a differenza del marciume apicale (vedi sotto, fisiopatie). Prevenzione con il rame.

Fusarium e verticillium. Le piante appassiscono e seccano. Se si apre il fusto si notano i vasi capillari diventati neri. La morte è rapida e si espande a macchia d’olio. Conviene eliminare subito la pianta colpita inizialmente.

Batteriosi. Si manifesta con punteggiature fini sulle foglie e con un arresto della crescita. Anche in questo caso il rame è preventivo e curativo.

Rizottonia e pitium. Diffusa anche nella carota e nel prezzemolo, colpisce radici e colletto della pianta. Inizia ad agire a 20° C e forte umidità. Per evitare questo problema, terriccio dei vasetti e terreno dell’orto vanno disinfettati con rame.

N.B. Le piante malate vanno bruciate o buttate nell’immondizia, mai messe nel composter.

Fisiopatie del pomodoro

Marciume apicale. Una forte carenza d’acqua porta alla formazione di una macchia nera, soprattutto sui frutti di forma allungata. Questo grave inconveniente può anche essere dovuto a troppo azoto e potassio nel terreno, che inibiscono l’assorbimento del calcio.

Scatolamento. Una mancanza improvvisa d’acqua arresta lo sviluppo della placenta e il pomodoro risulta molle e appassito.

Spaccature. Quando l’acqua risulta scarsa per un lungo periodo, il pomodoro ispessisce la buccia. Se improvvisamente piove molto, la troppa acqua fa spaccare il frutto.

Screpolature. A forma di ragnatela, partono dal colletto e sono dovute a forte umidità nell’aria; in particolare, ciò avviene dalla seconda metà di agosto e si nota una differenza marcata tra la parte superiore, colpita, e quella inferiore che rimane sana.

Scottature. Troppo sole rende il pomodoro dapprima biancastro e, poi, marroncino.

Non colorazione. Quando la temperatura supera i 35° C, la produzione di licopene risulta scarsa; spesso questo inconveniente si associa a scatolamento.

Muso di gatto. Normalmente, compaiono tre macchioline secche sul fondo del frutto, per mancata produzione di auxine. Avviene, quando si tolgono troppe foglie alla pianta.

Parassiti del pomodoro

Sono: afidi che, inizialmente, fanno accartocciare le foglie e possono trasmettere virosi; nottue, che escono dal terreno nottetempo e mangiano la parte aerea; elateridi, che attaccano le radici e fanno deperire gradualmente le piante, o i frutti che toccano terra; dorifora; mosca bianca e cimici, che punzecchiano il frutto.

Negli ultimi tempi le cimici sono molto aumentate. Importante individuarne i nidi, di solito ubicati sugli apici di alcune piante, quali: edera, lampone e melo, e intervenire sui nuovi nati, più sensibili all’insetticida. Nell’arco dell’estate, le cimici producono 3 – 4 generazioni, a partire da giugno.

Un’indicazione per misurare infestazioni di parassiti si può ottenere con le trappole cromotropiche, che attirano gli insetti e si comportano come le carte moschicide. Se gli individui catturati sono numerosi, l’attacco è alla grande. Vanno appese al centro dell’orto.

Altri predatori sono le limacce e i topi.

Buone qualità di pomodori da tavola sono: marmande, cuor di bue e carmelo, (vedrò i risultati di camone e beefmaster).

 

Il peperone

In tutte le sue varietà, il peperone, a maturazione completa risulta essere colorato con tonalità che variano dal giallo chiaro al rosso intenso. Come per il pomodoro, anche per il peperone il processo di maturazione avviene in due stadi: prima maturano i semi e la parte interna, poi la parte più esterna. Se la buccia è ancora verde significa che il processo non si è ancora completato. La Natura, però, non fa mai nulla di inutile e il suo obiettivo principale è sempre la continuazione della specie. Se qualche animale dovesse mangiarli prima che si colorino, potranno lo stesso adempiere allo scopo. 

peperoni

A parte colore e forma, il peperone coltivato viene diviso in due specie: a frutto grosso e a frutto piccolo. Nella zona placentare, viene prodotta la capsaicina, che può essere più o meno abbondante e, di conseguenza rendere il frutto più o meno piccante. L’azione della capsaicina è sempre più rivalutata dal punto di vista medico per la sue diverse funzioni.

Il peperone va seminato in seminiera, tenuta a temperature elevate, tra 24° e 28° C. In tal modo, le piantine nasceranno in  8-10 giorni. Quando i cotiledoni sono ben distesi, la piantina può essere trapiantata nel vasetto e portata a dimensioni di una quindicina di cm prima del trapianto in piena terra, con un sesto di impianto di 70 cm tra le file e 50 cm lungo la fila, possibilmente a bina.

Si trapianta verso la metà di maggio perché l’allegagione del fiore avviene con temperature comprese tra 14 e 34° C. Temperature più fredde o più calde provocano la cascola (temperature ideali tra 25 e 30°). Più esso cresce e più va sostenuto con vari tutori su più rami. Al posto dei tutori si può usare una rete a maglia quadrata, 10 x 10 cm, stesa orizzontalmente a 50 cm di altezza dal suolo. In questo caso, non si interviene con potature ma eliminando parte dei frutti per evitare una graduale diminuzione delle dimensioni. Man mano che cresce, infatti, la pianta inizialmente farà un fiore, poi 2, 4, 8, 16, ecc. Solo i primi frutti saranno grossi, poi sempre più piccoli. Se, invece, vogliano una produzione con dimensioni costanti, occorre intervenire con la potatura. Crescendo, la pianta inizia con una biforcazione, ognuna delle quali, a sua volta, si biforca e così via. Se si interviene eliminando sempre una delle due biforcazione, successive alla prima, si può sviluppare la pianta in altezza e verso l’esterno. In tal caso, la rete di sostegno andrà messa in verticale e i vari rami legati appropriatamente. La produzione complessiva della pianta, se misurata in peso, alla fine sarà la stessa ma, nel secondo caso (potatura) avremo un calibro piuttosto omogeneo. I frutti, raggiunti dimensione e grado di maturazione ottimali, vanno sempre asportati dalla pianta per favorire lo sviluppo degli altri frutti. Normalmente, i peperoni iniziano a maturare dopo circa 60 giorni dall’allegagione, ma completano la colorazione dopo 80 – 100 giorni, sempre dall’allegagione. Se viene raccolto non appena inizia il viraggio, dopo 2 – 3 giorni riesce a portarlo a compimento, ma appassirà tanto più rapidamente quanto più inizialmente era verde. Ai fini alimentari, la differenza tra un frutto verde e uno colorato è minima (meno licopene nel verde).

Per il peperone, il terreno ideale ha un pH compreso tra 5,5 e 7, meglio ancora se sabbioso e ricco di sostanza organica. Va concimato con 0,6 kg di letame secco pellettato, o pollina, per metro quadro, anche distribuito sul terreno qualche giorno prima dell’impianto e rastrellato.

In piena terra, l’acqua richiesta si aggira su 600 litri per metro quadro, compresi i mm di pioggia. Il fabbisogno sarà in crescendo: poca quantità nelle prime fasi di crescita, aumentata man mano che compaiono i frutti.

Malattie del peperone

Il peperone viene attaccato dalla peronospora (fitoftora capsici) che si diffonde in presenza di acqua e provoca danni notevolissimi in pochissimo tempo (in 24 ore la pianta colpita muore). Se si estirpa la pianta, il pedale si presenta tutto nero e poiché si diffonde nel terreno, non vale la pena ripiantare una nuova piantina nello stesso posto. Il pericolo maggiore si corre con i temporali, che scaricano notevoli quantità d’acqua. Per la stessa ragione, non va mai irrigato con allagamenti ma con poca acqua per volta, preferibilmente con il metodo a goccia.

Un sistema di impianto che previene il fenomeno è quello di sistemare la piantina su baulatura a metà maggio (il peperone non va rincalzato).

Un’altra malattia che colpisce questo ortaggio è il verticillium che si manifesta come nel caso precedente ma agisce più lentamente e porta alla morte della pianta in 7 – 10 giorni.

Se il verticillium colpisce piantine giovani, queste hanno la forza di reagire ma rimangono nane. A differenza della peronospora che si elimina con un anno di rotazione, il verticillium persiste nel terreno anche per 4 – 5 anni. Tuttavia, per questo serio inconveniente può essere usato il rame sia sulla pianta, sia sul terreno.

L’alternaria, poi, produce marciumi che si possono posizionare su qualsiasi parte del frutto, a differenza del marciume apicale tipico da carenza d’acqua o mancato assorbimento di calcio. Anche per l’alternaria si usa il rame.

Anche il fusarium è un problema che porta alla morte, ma capita molto di rado.

Un’altra malattia è l’oidio che si verifica con un imbrunimento delle foglie che portano a marcescenze nel frutto, con perdita della lucentezza e distacco della pellicola esterna. Le foglie, però, non si coprono di bianco, come sempre avviene nelle altre specie, e per questo non si nota. Frutti che sembrano sani possono marcire dopo poche ore. In prevenzione si può usare lo zolfo ( presenta un tempo di carenza di 7 giorni). Esso va irrorato agli inizi di agosto, quando le notti incominciano a farsi umide e la temperatura è ancora alta.

Nei casi di verticillium o di fusarium, i capillari interni sono neri; se si tratta di peronospora, il nero è all’esterno del fusto, mentre la parte interna rimane dura. In tutti i casi le piante vanno eliminate, bruciandole o portandole in discarica (mai nel compostore).

Parassiti del peperone

Afidi, che possono trasmettere virosi.

Ragnetto rosso, che porta defoliazione, nanismo e mancanza di produzione (problemi di crescita indicano sempre qualche inconveniente: scarsa concimazione o parassiti che mantengono nane le piante). Si combatte con zolfo bagnabile, irrorato nel periodo più fresco del giorno.

Trialeurodide, soprattutto in serra.

Piralide, che depone un uovo nella sella del peperone. La larva, poi, perfora la buccia e incomincia a mangiarne la polpa. Se piove, il frutto si riempie d’acqua e marcisce. La piralide si può combattere con il bacillus thuringiensis. L’attacco al peperone può diventare serio se nelle vicinanze dell’orto viene coltivato mais.

 

La melanzana

La melanzana è una pianta molto rustica; sviluppa un apparato radicale che si spinge molto in profondità e, pertanto, resiste abbastanza bene alla siccità.

melanzana

Il terreno va concimato con 0,6 – 0,8 kg di letame secco o pollina per metro quadro, con lavorazione profonda. Il sesto d’impianto, in pieno campo, è di 80 cm tra le file e 60 cm lungo la fila. Il trapianto all’aperto va fatto quando le temperature superano i 9° C (fine aprile); al di sotto dei 9° la piantina subisce stress e rimane nana. Per l’allegagione dei fiori, abbisogna di temperature almeno di 15° C, mentre temperature superiori a 32 – 33° C causano la cascola dei fiori (per questo, spesso la produzione si arresta a luglio per, poi, riprendere a settembre). Oltre alle alte temperature, altri motivi di cascola dei fiori possono essere un eccesso di azoto nel terreno (non devono mai seguire coltivazioni di leguminose), oppure carenza di acqua.

La melanzana va sostenuta con tutori e rincalzata. L’irrigazione deve essere progressiva e richiede circa 700 – 800 litri di acqua per metro quadro, compresa la pioggia. Ideale, l’irrigazione a goccia anche se, per tener lontano il ragnetto rosso, si possono usare sistemi a pioggia, messi in funzione durante le ore più fresche della giornata (la melanzana è l’unica pianta che ama l’irrigazione a pioggia, che nel peperone e pomodoro diffonde la peronospora).

Numerose sono qualità e forme della melanzana: bianca, viola, nera, gialla, verde, allungata, rotonda, globosa, a lampadina, ecc. La raccolta va fatta prima che il frutto diventi duro, circa dopo una decina di giorni dall’allegagione dei fiori. Fino a quando la buccia è brillante, i semi non sono maturi. Non appena inizia a perdere di lucentezza, incomincia anche ad assumere un colore giallastro-marrone, oltre a diventare dura e legnosa. Questo viraggio, infatti, avviene quando il frutto inizia a invecchiare; meglio cogliere quelli morbidi e turgidi. Si può anche tagliarne uno e verificare che i semi non siano troppo maturi.

La melanzana produce fino a novembre e alla prima brinata muore, diffondendo odore di tabacco.

Malattie della melanzana

Viene colpita da poche malattie e solo il verticillium daliae è veramente pericoloso: ne ostruisce i vasi (tracheomicosi) e la porta alla morte rapidamente. Altri inconvenienti sono causati dal fusarium e dalla peronospora. Quest’ultima si presenta con un ingiallimento delle foglie che, nel giro di 2 mesi, la secca completamente. Il rimedio è sempre il classico rame.

Parassiti della melanzana

Afidi, che diffondono virosi e, purtroppo, vanno a posizionarsi sulle pagine inferiori delle foglie; intervenire con trattamenti almeno 5 – 6 volte (se ci sono coccinelle, meglio lasciar fare a loro).

Dorifora, come per la patata, e ragnetto rosso, da combattere con lo zolfo e con annaffiature sulle foglie.

 

CUCURBITACEE

Le cucurbitacee comprendono zucchino, originario dell’America, zucca, cetriolo, anguria, melone, ecc.

Sono conosciute fin dall’antichità sia per il consumo alimentare, sia come contenitori, una volta svuotato l’interno, per conservare semi e contenere liquidi.

Le cucurbitacee presentano, sulla stessa pianta, fiori maschili e femminili separati e, pertanto hanno bisogno di agenti impollinatori esterni, cioè di insetti pronubi come api, bombi o vespe. Senza il loro intervento non avviene la fecondazione. Come è facilmente intuibile, questa caratteristica porta a un’estrema facilità di incrocio tra qualità differenti, visto il grande numero di fiori visitati quotidianamente da tali insetti. Per questo motivo, le cucurbitacee possono produrre continue varietà diverse, soprattutto se le moltiplichiamo con semi ricavati dai frutti del nostro orto.

Vista l’importanza degli agenti impollinatori, nella lotta biologica considerare la pericolosità del piretro nei loro confronti (ancor di più, se si usano prodotti chimici).

Le differenze tra fiori femminili e maschili sono evidenti: i primi possiedono l’ovario, posto sotto la corolla, mentre i secondi ne sono privi.

Poiché i fiori di zucchino e zucca sono molto buoni da mangiare, se raccolti al mattino (solo quelli maschili!) non va mai dimenticato di lasciarne qualcuno per la funzione riproduttiva. Il fiore femminile, invece, si può raccogliere la sera, quando inizia ad appassire e con una certa cautela per non rovinare l’ovario. Infatti, il polline depositato sui pistilli in pochi minuti già sviluppa dei filamenti che entrano nella placenta e fecondano i semi abbozzati. L’intero processo dura 3 – 4 ore, quindi il fiore appassisce e l’ovario ingrossa. Anche i fiori maschili risparmiati possono essere raccolti la sera perché la fioritura dura solo un giorno e se non avviene la fecondazione vanno comunque persi. L’azione di impollinazione può avvenire anche meccanicamente, passando l’interno del fiore maschile su quello femminile, oppure usando un pennellino. Raramente, i primi fiori allegano perché le api impiegano qualche giorno prima di individuare le nostre piante.

Lo zucchino

zucchine

Lo zucchino va colto acerbo e ciò stimola la pianta a produrre in continuazione nuovi frutti. Se, viceversa, si lasciano ingrossare, dopo averne prodotti 3 o 4 la pianta smette di fiorire (non si aprono) in quanto si sente realizzata nella sua funzione riproduttiva.

Una pianta di zucchino, ben trattata, produce un frutto giornaliero del peso medio di 150 gr per circa 60 giorni. Per il consuno normale di una famiglia, quindi, bastano 2 – 3 piante. Ovviamente, va tenuto conto dell’impollinazione, che avviene sempre di mattina, con il bel tempo e a temperature abbastanza alte. Con il brutto tempo, gli insetti non volano e il frutto di quel giorno è perso. Non impollinato, diventa scuro e rimane piccolo (frutticino) iniziando a marcire. Ogni qualvolta si presenti un frutticino, questo va subito eliminato anche perché in presenza di molti frutticini la pianta arresta la produzione. Se si dovessero coltivare sotto serra, va tenuto presente che le api devono liberamente entrare e uscire senza incontrare ostacoli (le teste delle serre devono essere completamente aperte). Stesso discorso se la coltura viene inizialmente protetta con reti antiafidi, che andranno rimosse non appena le piante iniziano a fiorire, oppure devono essere liberati alcuni bombi all’interno delle reti.

Per la semina, normalmente si colloca un solo seme per ogni vasetto, piantato a non più di un cm di profondità, con la punta all’ingiù. Nascerà nell’arco di 7 giorni con temperature tra i 18 e i 20° C, in 4 giorni, se superiori. Nel vasetto, può restare fino alla formazione di 3 foglie vere (15 – 20 giorni).

Il terreno ottimale ha un pH tra 6 e 7, concimato con 1,2 kg di letame secco per metro quadro. In pieno campo, si piantano a partire dalla metà di aprile con temperature superiori a 10 – 12° C. Se dovesse far freddo, la pianta resterà nana. Il sesto di impianto minimo è di 100 x 80 cm.

Se si vuole anticipare la raccolta, si può mettere del letame fresco sotto il punto di impianto (letto caldo) e coprire le piantine con cappelli di plastica o piccoli tunnel di politene, per evitare pericoli da brinate. Protezioni che vanno mantenute fino alla fine di aprile.

La raccolta va fatta con un minimo di attenzione, prendendo lo zucchino per il picciolo e applicando una leggera torsione. Se si usa un coltellino, attenzione alle piante malate.

Durante ogni operazione, le foglie non vanno mai rotte perché la pianta soffre. Tuttavia, se dovesse grandinare, si devono eliminare quelle più sbrindellate. Attraverso le ferite, si trasmettono le virosi (mosaico del cetriolo e altre). Queste non porteranno mai la pianta alla morte ma ne deformeranno le foglie e i frutti, riducendo al minimo la produzione.

Lo zucchino va seminato a rotazione, tenendo presente che conviene farlo produrre per soli 2 mesi e che  serve un mese per portarlo alla produzione. L’ultimo trapianto si può fare verso il 20 agosto, con semi piantati ai primi del mese. La produzione continuerà fino al primo gelo, pur con una riduzione delle dimensioni dei frutti e un allungamento dei tempi di crescita (se a luglio avviene in 24 ore, a settembre ne serviranno 48, a ottobre 72).

Lo zucchino richiede molta acqua, perché portiamo via tanti frutti e le grandi foglie traspirano molto, quindi bagnare almeno 2 volte alla settimana preferibilmente sotto la chioma e di buon mattino. D’estate, poi, per evitare bruciature è bene ombreggiare le ultime nate con teli, soprattutto durante le ore centrali.

Se lo zucchino viene danneggiata da giovane, può emettere rami laterali. Una volta cresciuta, invece, se si dovesse tagliare l’apice finirebbero di produrre.

Le cime tenere dello zucchino sono commestibili e, quando la pianta si elimina per rotazione, si possono recuperare e usare nel minestrone assieme ai boccioli (molto ricercate in Lombardia).

Come già anticipato, lo zucchino va mantenuto in vita al massimo 3 mesi e, quindi, riseminato ogni 3 mesi e piantato in un nuovo posto, anche perché prima si pianta e 15 giorni dopo si elimina quello vecchio. Così facendo si riducono gli attacchi dell’oidio, che fa marcire i frutti. L’oidio si manifesta come una polvere bianca sulle foglie. (si può prevenire con lo zolfo, 7 gg. di carenza)

Visto che nelle nostre zone le virosi sono molte, oltre a non ferire la pianta, fare attenzione agli afidi (principale diffusore) e a non utilizzare strumenti di raccolta usati prima su piante sospette. Quando le piante si ammalano, meglio eliminarle subito.

Infine, lo zucchino è particolarmente indicato nelle diete ipocaloriche, avendo solo 20 calorie per 100 gr.

 

La zucca

zucche A differenza dello zucchino, la zucca va raccolta perfettamente matura, per poter durare più a lungo. Per il loro grande sviluppo orizzontale, vanno piantate preferibilmente a gruppi di 2, piuttosto vicine tra loro, dando a ognuna una direzione di crescita diversa. Così facendo, si potrà concimare solo un metro quadro di impianto con gli stessi quantitativi dello zucchino. Anche per la zucca, il terreno ideale ha un pH tra 6 e 7 e al letame secco va aggiunto molto potassio, per renderle più saporite e dolci. Quindi, cenere a volontà mischiata con il compost, o residui di lavorazione della barbabietola (borlande), reperibili nei consorzi agrari .

I semi si possono mettere direttamente a dimora o si possono far crescere in vasetti. Vanno seminate a metà aprile e trapiantate a fine mese.

Consigliate le qualità a frutto piccolo, più adatte per la famiglia moderna, quali Delica, Golden debut e Butternut, mentre la beretta è quella migliore per il sapore. La delica è a ciclo breve e consente due periodi di coltura, aprile – luglio, luglio – ottobre. Si conserva, però, solo 2 mesi. La butternut, invece, ha un periodo di conservazione più lungo, fino a 4 mesi, mentre la beretta è intermedia, 3 mesi.

Come si diceva all’inizio, la zucca va raccolta matura, quando la buccia risulta molto dura e non si riesce a scalfire con l’unghia.

Le avversità sono analoghe a quelle dello zucchino: afidi, che trasmettono virosi, e oidio. Per quest’ultimo inconveniente, al contrario dello zucchino, la zucca non si può rinnovare e va tenuta in vita. Così, a luglio e a metà agosto è opportuno irrorarla con un antioidico, visto che l’attacco iniziale si manifesta sulle foglie ma colpisce anche i frutti, che marciscono dopo la raccolta diventando appiccicosi. Si usa lo zolfo al mattino o alla sera, periodo più fresco del giorno.

Oltre a queste, abbiamo la peronospora che la porta a una morte rapida. I trattamenti con rame dovrebbero iniziare già sulle piantine ancora nei vasetti, prima del trapianto. Il rame previene anche il marciume del colletto (pitium) che colpisce con temperature inferiori a 15° C e alta umidità 70 – 80%, condizioni tipiche della primavera. Il rame va spruzzato su foglie, gambo e sulla terra del vasetto.

La pacciamatura è un accorgimento valido per la zucca, perché appoggia per terra; altrimenti, vanno eliminate le erbacce e sotto i frutti si possono collocare delle assicelle, soprattutto se il terreno è molto umido, per evitare marciumi, oltre a difenderli dagli elateridi che escono dal suolo per mangiarli.

La zucca si conserva al fresco-asciutto, non in cantina perché troppo umida; meglio sotto un portico in piena aria. Sopporta temperature prossime allo zero senza danni. I semi servono per la riproduzione ma bisogna sempre aspettarsi qualche ibridazione anche perché zucca e zucchino si possono incrociare.

Anche le zucca è ipocalorica, limitandosi a 33 calorie per 100 gr di prodotto fresco commestibile.

Altre specie, sono le zucche ornamentali, che presentano semi a forma diversa (troncata), le lagenarie, le trombette, le luffe, quest’ultime usate per la produzione di spugne vegetali.

Abbiamo, poi, la zucca spaghetti, molto diffusa in Cina e Giappone.

La centenaria, dal frutto spinoso a forma di cuore capovolto. E’ un rampicante che crea barriere, arrivando anche a 14 m di lunghezza (necessita di una rete di sostegno). Produce 10 – 15 frutti che si raccolgono tra settembre e ottobre e si conservano durante l’inverno come la zucca normale. Al suo interno, è presente un unico seme, ma per la riproduzione va piantato l’intero frutto. Infine, non viene attaccata dai parassiti.

 

Il melone

meloni

Le varie specie di melone a buccia liscia (cantalupo) sono originarie del bacino del Mediterraneo, mentre quelle retate sono, invece, di provenienza americana. Oltre che per l’aspetto esterno, differiscono per dimensioni e precocità (più piccole e più precoci le versioni a buccia liscia). Proprio perché pianta tipica di clima caldo, il seme per nascere ha bisogno di temperature che superino i 24° C; la pianta, poi, si sviluppa e cresce bene con temperature attorno a 30° C; se queste dovessero scendere sotto i 14° C, si blocca la crescita. Per queste ragioni, si presta bene a essere coltivato sotto tunnel e con una pacciamatura di plastica nera, che riscalda il terreno, elimina la concorrenza delle erbacce e lo difende dai parassiti terricoli (elateridi).

Il melone è una pianta potassofila (serve per aumentare il quantitativo di zuccheri) e, pertanto, il terreno va arricchito di compost + cenere.

Il melone si può seminare direttamente a postarelle, poi diradato, oppure nei vasetti e, successivamente, trapiantato, generalmente a fine aprile, sotto tunnel, o metà maggio, all’aperto, con una piantina per metro quadro.

La fioritura avviene sui rami secondari e non su quello principale; si può anticipare la raccolta con la cimatura della pianta dopo la 5ª foglia. Così facendo, subito emetterà rami ascellari che saranno i primi a fiorire. Nelle fasi di crescita iniziali, il melone richiede poca acqua, che va aumentata man mano procede la crescita, anche per la forte traspirazione dovuta alle grandi foglie. Quando i frutti iniziano a virare dal verde al bianco-grigio e, poi, verso il giallo, la quantità d’acqua va nuovamente ridotta. Il frutto, quando è maturo si stacca da solo, con una piccola torsione. Normalmente, prima di consumarlo, si aspettano varie ore, o qualche giorno. Nel melone, gli zuccheri si concentrano negli ultimi 7 giorni di crescita, pertanto se raccolto verde risulterà insipido; stesso discorso, se manca il potassio nel terreno. Il contenuto di zuccheri può essere aumentato irrorando le foglie, a tempo debito, con prodotti specifici.(non ammessi in agricoltura biologica)

Il melone, può essere coltivato anche in verticale, su rete, in quanto il frutto si sostiene da solo fino alla maturazione. Preferire, in questo caso, ibridi “long life” o “middle long life”, a polpa molto dura, che non si staccano facilmente e con gli zuccheri che aumentano gradualmente.

Oltre alle varietà accennate, ci sono i meloni d’inverno, che si conservano molto a lungo e sono a buccia e polpa chiara (verdi e gialli). Per questi, diventa un problema conoscere il momento giusto di maturazione.

Normalmente, il melone estivo matura dopo 60 giorni dall’allegagione, mentre il melone d’inverno impiega da 80 a 100 giorni. La varietà carosello viene, invece, consumata come i cetrioli.

A fine raccolta (dopo 6 – 8 meloni prodotti) rimangono ancora sulla pianta dei frutticini che non fanno più in tempo a maturare, ma che possono essere messi sotto aceto, risultando più dolci dei cetrioli.

In frigorifero, con temperature comprese tra 5 e 8° C, il melone si conserva fino a 10 giorni.

Malattie del melone

Il melone viene colpito da: verticillium, che porta alla tracheomicosi e, poi, alla morte; virosi (mosaico del cetriolo), che rallentano la crescita della pianta e del frutto. E’ importante prevenire la diffusione degli afidi con frequenti ispezioni, oppure coprendo le giovani piante con tessuto non tessuto o reti antiafidi. Queste protezioni vanno subito rimosse non appena iniziano a comparire i fiori femminili, per consentirne l’impollinazione. Ritardare l’attacco degli afidi spesso risolve il problema in quanto, poi, ci pensano le alte temperature dell’aria a tenerli lontani.

Un’altra malattia fungina è il pitium che, però, agisce solo con basse temperature e alta umidità (terra fredda); attacca il colletto e lo fa marcire.

 

L’anguria

angurie

Anche se l’anguria è conosciuta dall’antichità, attualmente si preferiscono coltivare varietà e ibridi di origine americana, perché di frutto più piccolo (circa 10 kg). Alcune varietà italiane, arrivano a superare anche 25 kg. L’anguria può essere a buccia chiara o scura, a polpa molto rossa o più chiara e oggi sono disponibili anche ibridi senza semi.

Le condizioni climatiche sono le stesse del melone, così il fabbisogno e la distribuzione dell’acqua. Anche la pacciamatura con plastiche nere è indicata ( se non si usa, il frutto va isolato dal terreno con un’assicella). Analogo anche il fabbisogno di potassio.

La fase di maturazione si preannuncia con il passaggio della buccia da rugosa a liscia (diventa anche cerosa). Un altro sintomo di maturazione è l’imbrunimento del viticcio (pampino) opposto al frutto: quando tende a seccare, l’anguria è in fase di maturazione. Se, poi, viene battuta, emette un suono cupo; se si schiaccia si sente un croc (scrocchia). Nelle ultime fasi di crescita, l’anguria va ruotata ogni 2 – 3 giorni, per farle prendere sole da entrambi i lati: ricordarsi di eseguire l’operazione una volta a sinistra e una volta a destra.

Per il piccolo orto famigliare, sono consigliate le varietà a frutto piccolo, come le sugar baby a buccia nera, peso massimo 5 kg. In frigorifero, l’anguria si conserva fino a 20 – 25 giorni.

Malattie dell’anguria

Come per il melone, anche l’anguria può venire colpita da funghi e virosi. In caso di attacco di afidi, ricordare sempre che, in tutte le cucurbitacee, l’impollinazione è entomofila (insetti pronubi) e, quindi, di prestrare attenzione alla scelta e all’uso degli insetticidi: meglio ricorrere ad aglio, ortica, nicotina, acqua e sapone, oppure avere l’accortezza di spargere l’insetticida (piretro) la sera, in quanto i fiori si schiudono il mattino.

 

Il cetriolo

cetrioli

Vengono coltivate varie qualità di cetriolo, che possono, grosso modo, essere suddivise in spinose e corte (max 25 – 30 cm) e lisce e lunghe (anche oltre 70 cm).

E’ un vegetale che richiede molta acqua (umidità nel terreno 40 – 45%, costante) e che si coltiva verticalmente per favorire l’impollinazione dei fiori e, quindi, la produzione. Ci sono anche varietà partenocarpiche (autofecondanti), o con solo fiori femminili, alle quali spesso si associano piante porta polline.

Durante la crescita, normalmente emette una foglia e un fiore: se tutti i fiori allegano, la produzione è altissima. Nelle varietà piccole (cetriolini), addirittura i fiori si presentano a mazzetti.

Come per lo zucchino, una raccolta continua stimola la produzione. Il grado di maturazione varia secondo il gusto personale, ma va sempre evitato che il cetriolo viri verso un colore giallognolo o diventi liscio, perdendo le spine (sintomi di invecchiamento).

Molte sono le affinità con il melone: anche per il cetriolo le temperature devono essere alte e un aumento di potassio nel terreno non fa mai male: se questo manca, i frutti risultano deformati e finiscono ingrossati in punta; se, invece, difetta l’azoto, avviene il contrario: il frutto è più grosso nella parte vicina al picciolo e sottile nella parte terminale. Se si verificano tutti e due i comportamenti significa che entrambi gli elementi chimici scarseggiano.

Le potature, poi, svolgono la stessa funzione che hanno sul melone e ne anticipano la produzione.

Il cetriolo va bagnato di sovente. La carenza d’acqua comporta due fisiopatie: svuotamento del frutto (cavo all’interno) e aumento del sapore amaro.

Come per il melone, anche il cetriolo può essere conservato in frigorifero per una decina di giorni. Il cetriolo si può tagliare a fettine e, poi, cospargere di sale: la perdita d’acqua lo renderà più gradevole al gusto. Malattie e insetti sono gli stessi del melone. In caso di attacco di afidi, ricorrere alle potature come preventivo.

 

LEGUMINOSE

Le leguminose sono importantissime per due fattori: per l’alimentazione e perché sono in grado di assorbire azoto direttamente dall’atmosfera.

Dal punto di vista alimentare, sono gli unici vegetali che forniscono proteine, anche se non tutte quelle che sono presenti nella carne. Infatti, affinché una dieta vegetariana risulti equilibrata, l’apporto proteico delle leguminose andrebbe completato con l’assunzione di uova, miele e latte.

Per l’assorbimento di azoto dall’aria, il processo avviene grazie all’azione di batteri che vivono in simbiosi nell’apparato radicale, dove l’elemento viene accumulato in tubercoli.

Molte leguminose risultano coltivate fin dall’antichità: lenticchie, fave, ceci, piselli e lupini. Non i fagioli,  perché provenienti dalle Americhe.

I piselli sopportano temperature invernali, i ceci si accontentano del calore presente nella tarda primavera, mentre il fagiolo richiede temperature decisamente più alte e, per il terreno, sempre superiori a 10° C.

Il fagiolo

fagioli

Originario del Perù, per l’uso che se ne fa si distingue in due gruppi principali: mangiatutto (fagiolini) e da seme (fagioli).

La varietà mangiatutto è differenziata in un’ampia tipologia di fagiolini (verdi gialli e violetti, lunghi, filiformi e piatti, ecc.), tutti raccolti prima che si formi il seme all’interno del baccello. A seconda dello sviluppo verticale, i fagiolini si distinguono in due gruppi: nani e rampicanti. La specie nana è più precoce e va preferita se si vuole sfruttare l’arricchimento di azoto del terreno per un’altra coltura. Inoltre, la varietà nana, proprio per la sua precocità può essere seminata scalarmente e assicurare un lungo periodo produttivo. Viceversa, un rampicante impiega molto più tempo per lo sviluppo e, difficilmente, lascia tempo sufficiente per un altro impianto estivo.

Il fagiolo si può seminare per file, un seme ogni 3 – 4 cm, oppure a postarelle, mettendo 5 – 6 semi ogni buchetta. Quest’ultima soluzione facilità l’emergenza dei semi perché, nell’operazione, il loro sforzo congiunto riesce meglio a rompere la crosta di terra che, vista la stagione, spesso si forma dopo una pioggia. Se si semina in file, attenti a non calpestare i semi e, in caso di temporali, rompere la crosta con attenzione. Se il seme incontra difficoltà di emergenza, per terra troppo dura, nel tentativo di crescita si può spezzare, andando incontro alla fine. Ciò avviene per tutte le leguminose ma, considerato il periodo di semina, colpisce di più il fagiolo in quanto, dopo la pioggia, la forza del sole è già notevole e asciuga velocemente il terreno. Per evitare questo inconveniente, la fila può essere coperta con una rete antigrandine che, rompendo le gocce di pioggia, evita il compattamento del suolo. Il seme, inoltre, può essere messo in ammollo per 12 ore, prima di piantarlo. Questa operazione accelera di 3 giorni l’emergenza, riducendo i rischi che la terra indurisca. Senza l’ammollo, il seme impiega circa 7 giorni ad emergere, con temperature del terreno superiori a 14° C. Più queste si avvicinano ai 20° C e più rapidamente nasce. Se, invece, la terra risulta troppo fredda, il seme si blocca e può marcire.

I fagioli possono essere piantati in vasetti (5 – 6 semini) e poi messi a dimora tutti assieme.

Per le specie rampicanti, l’impianto va fatto a seconda del sostegno scelto: se si usano dei paletti, vanno seminati a postarelle, possibilmente a bina per incrociare in alto i sostegni; se si usa la rete si preferisce la fila (in entrambi i casi, assicurarsi che i sostegni reggano il grande sviluppo della pianta, superando le inevitabili raffiche di vento e pioggia estive.

I semi vanno interrati 1,5 volte la loro dimensione massima. Se si usano i sostegni, le bine vanno distanziate di 70 cm, e tra una postarella e l’altra, tenersi a 40 cm. Se si usa la rete, 100 cm tra le file e un seme ogni 3 – 4 cm.

A differenza dei fagiolini, i fagioli si raccolgono maturi, quando il baccello è completamente colorato e tende ad appassire; in questo caso la conservazione va fatta nel freezer.

Se si vuole seme secco, per successive semine o per conservarlo a temperatura ambiente, lasciar seccare sulla pianta almeno il 60 % del raccolto, continuando l’operazione all’aria aperta. Questo accorgimento previene l’attacco del tonchio che, normalmente, depone le uova sul baccello a fine stagione. L’attacco può avvenire anche sul fagiolo, durante l’essicazione, inconveniente che si evita coprendo il raccolto con una rete a maglie fini.

I fagioli vanno seminati non prima che l’anno abbia superato i 100 giorni, (meglio ai primi di maggio) e in modo tale che sentano le campane (molto superficialmente).

Per quanto riguarda l’apporto di azoto, il terreno va poco concimato (ci pensano loro, almeno dopo un certo livello di crescita), mentre va fornita la giusta dose di potassio. Con poco azoto, la pianta assorbirà meno acqua, diventando meno appetibile per gli afidi (prevenzione).

Il fagiolino nano va rincalzato e l’operazione va fatta quando pianta e terreno sono perfettamente asciutti, per evitare il rischio di marciumi.

L’acqua è richiesta solo al momento della fioritura che, nel caso di piante nane, si limita a due irrigazioni avendosi fioriture concentrate. Se, invece, si opta per piante rampicanti, a fioritura continua, intervenire una volta alla settimana o 10 giorni, con poca acqua, considerando anche l’apporto dei temporali.

Malattie del fagiolo e parassiti

Allo stadio di piantina, rizottonia (bassa temperatura, alta umidità), che lo fa marcire e poi seccare. Tra le batteriosi abbiamo: pseudomonas e xantomonas che macchiano foglie e baccelli; cladiosporosi, che macchiano anche i semi e nel baccello si presentano con chiazze collose. Infine, la ruggine. Anche se questi inconvenienti non fanno morire la pianta, ne riducono la produzione e risultano più pericolosi per le specie rampicanti, che devono vivere più a lungo, che non per le precoci (nane). Buona parte di esse, però, si può prevenire con il rame.

Tra gli insetti, i più pericolosi sono gli afidi e, in particolare, l’afide nero della fava, il più persistente della specie. Esso, però, si diffonde lentamente e se individuato un primo attacco è preferibile eliminare subito la parte colpita piuttosto che ingaggiare battaglia. Considerare anche l’azione del tonchio, vista prima.

Il pisello

piselli

A seconda dell’altezza raggiunta, il pisello di distingue in nano, mezza rama e rampicante. E’ una pianta che ama le temperature delle nostre latitudini e, pertanto, può essere seminato a ottobre – novembre, riuscendo, una volta spuntato, a sopportare temperature fino a -10° C. Oppure, può essere seminato a fine febbraio – inizio marzo. La semina primaverile è preferibile per evitare possibili attacchi di topi al seme.

Il pisello per nascere ha bisogno di pochi gradi, 7 – 8° C, e non ama eccessiva umidità.

Le specie nane sono le più precoci. Nell’orto si possono coltivare tutte e tre le varietà, potendo così contare su una lunga produzione.

Il pisello va raccolto con il baccello turgido e ancora liscio, prima che diventi rugoso. Se aspettiamo troppo, il seme diventa duro. Va tenuto presente che la velocità di maturazione è legata al calore: più fa caldo e più matura in breve tempo, a volte anche senza ingrossare. Per tale ragione è una tipica coltivazione primaverile. Normalmente sono sufficienti due passaggi di raccolta, poi la pianta va rimossa. La paglia di pisello è ottima per il compostaggio in quanto ricca di calcio (ne impoverisce però il luogo di coltura che va integrato).

Tra tutte le leguminose, il pisello è la coltura più facile, anche perché in primavera non ci sono particolari malattie in agguato e, se ciò dovesse avvenire, esse attaccherebbero una pianta arrivata quasi al termine del suo ciclo produttivo, con scarse conseguenze.

Non conviene seminare il pisello nei vasetti se non quando la sua posizione nell’orto risulta ancora occupata da altre colture e non si vuole che, ritardandone l’impianto, esso arrivi a maturazione con il troppo caldo.

La semina richiede distanze di 70 – 80 cm tra le file e pochi cm tra un seme e l’altro, lungo la fila. Come sostegni, oltre alla rete, si possono utilizzare i classici rametti per le qualità nana e mezza rama. Vanno rincalzati.

La fava

fave

Conosciuta fin dall’antichità, era usata anche come alimento per gli schiavi assieme a farro e fichi.

Va seminata a novembre o a febbraio, per una raccolta tra maggio e giugno. Ha portamento eretto, fino a oltre 1 metro di altezza, e produce 5 – 6 baccelli. Raccolta prima che il seme diventi duro, può essere consumata cruda. Se la maturazione è andata troppo avanti, va sbucciata.

Le file devono distare tra loro 70 cm e ogni seme va posto ogni 20 cm. Se non emerge in tempo debito, rapidamente una parte dei semi può venire mangiata dagli insetti.

Durante la fioritura va irrigata, mentre per stabilire il momento adatto per la raccolta si può verificare al tatto la presenza dei semi nel baccello. Il seme può essere seccato, adottando le stesse precazioni che si prendono con il fagiolo, al fine di evitare le incursioni del tonchio. Una volta seccata, la fava può essere ridotta in farina.

Viene attaccata dagli afidi, a cui dà il nome (afide nero della fava) mentre, tra le malattie è da temere il carbone della fava, un fungo che fa marcire le radici in situazioni di elevata umidità prolungata nel tempo.

Temperature ottimali per la coltivazione della fava sono comprese tra i 15 e 20 gradi. Il PH deve essere  compreso tra 5,5 e 6,5.

Le arachidi

arachidi

Seppur molto coltivate in passato dalle nostre parti, ora la produzione arriva dai Paesi del terzo mondo, coltivate soprattutto per la produzione di olio.

E’ una coltura facile. I semi (non tostati!) vanno collocati sul terreno verso fine aprile, a 15 cm uno dall’altro. La pianta è simile al cece e raggiunge un’altezza di 30 cm. A questo punto emette i fiori in racemi (grappoli) che, una volta fecondati, si allungano e vanno a conficcarsi sottoterra, dove danno origine al baccello. Questo ritorno alle origini può essere accelerato con una rincalzatura a fine fioritura (assicurarsi dell’avvenuta impollinazione).

Nel mese di settembre, quando i semi sono maturi, si strappano le piante e si portano a giorno i bacceli. Successivamente, le arachidi si fanno seccare e/o tostare a bassa temperatura.

Vengono coltivate soprattutto per la produzione di olio.

Altre leguminose, come cece, lenticchia e lupino, per una loro produzione ottimale richiedono temperature un po’ più calde delle nostre e, quindi, non vengono considerate; infine, rimane la soia che, a parte i germogli appetiti da qualche “naturista”, non rientra nella nostra dieta.

 

COMPOSITE

Le composite rappresentano un’ampia famiglia che comprende: lattughe, cicorie, cardi, topinambur e girasole.

Le lattughe

lattughe

Le lattughe sono piante annuali distinte, grosso modo, in due gruppi: da cespo e da taglio. Le prime producono un cespo piuttosto sviluppato e comprendono varie qualità: cappuccio, romana, lollo, salad bowl, iceberg o regina dei ghiacci o brasiliana, canasta, ecc., mentre quelle da taglio, altrimenti dette lattughini, vengono coltivate per essere più volte tagliate e annoverano anch’esse numerosi tipi: pasqualina, ricciolina, biscia rossa o verde, parella rossa o verde, lollo, ecc.

Tutte, esigono temperature fresche: la temperatura ottimale per germinare è compresa tra 10 e 18° C; oltre i 18°  già insorge qualche problema e a 22° C non germinano più, a meno che non si ricorra a qualche espediente come ricoprire l’aiuola con un sacco di iuta tenuto sempre bagnato che, per evaporazione, abbassa la temperatura del terreno. Per tale motivo, sono colture che si addicono ai periodi primaverili e autunnali.

Le varietà a cespo possono essere fatte germinare in un vasetto posto al fresco, anche in cantina. Poi, vanno  fatte crescere in piena  luce e quindi trapiantate in campo.

Quelle da taglio, invece, vanno seminate direttamente in terra: a spaglio o, preferibilmente, a file, per una migliore pulizia dalle erbacce e per evitare il diffondersi di alcune malattie fungine.

In piena aria, i lattughini, si seminano solo in primavera o inizio autunno, mentre in coltura protetta, si possono seminare anche a novembre. Emesse le prime foglioline arresteranno la crescita durante il periodo più freddo per, poi, ripartire dopo la metà di gennaio. Per sopravvivere ai rigori invernali, però, dovranno risultare ancora di dimensioni molto contenute (con poche foglioline, eliminano rapidamente l’acqua e non gelano). Agli inizi di febbraio si avrà la possibilità di effettuare il primo taglio (per crescere sono sufficienti 4 – 5° C). Sono le prime insalate che arrivano sulle nostre tavole. Poi, da febbraio, sotto tunnel o telo (tessuto non tessuto) si possono seminare scalarmente fino a tutto aprile. Si possono tagliare anche 3 volte (lollo e biscia), mentre le parelle formano piccoli grumoli che si raccolgono a primavera. A settembre, le lattughine si possono riseminare per un taglio prima dell’inverno o per il grumolo delle parelle.

Per le lattughe da cespo, la semina può iniziare a dicembre/gennaio in ambiente adatto, da febbraio/marzo in colture protette; in pieno campo, da aprile in avanti. In coltura protetta, la raccolta può iniziare già a fine marzo. Le specie più note raggiungono dimensioni di svariati etti e vanno piantate a 35 cm una dall’altra, possibilmente a quinconce (file sfalsate della metà della distanza). Oltre ad assicurare un po’ più di spazio, questa disposizione facilita anche la pulizia del terreno. Anche per questa coltura la pacciamatura è molto indicata.

Il trapianto da vasetto è ideale, anche se si può seminare a file molto rade e, poi, sfoltire.

La lattuga ha una foglia molto larga, non pelosa, pertanto traspira molto. Va subito abbeverata dopo il trapianto e 3 o 4 volte nei 40 giorni necessari al suo sviluppo. Il momento di maggior bisogno d’acqua è quanto accestisce. Vanno raccolte prima che montino a seme, entro gli 80 – 100 giorni di vita complessiva, compresi i 20 giorni di vivaio. La canasta si discosta un po’ da questa regola e monta a seme in 4 mesi, ma si danneggia molto esternamente. Le prime a montare a seme sono le lollo. Un’annaffiata con acqua molto fredda comporta uno stress per la pianta, bloccandone la crescita per qualche giorno.

Malattie delle lattughe

A livello di plantula, le lattughe sono colpite da rizottonia e da pitium, legati all’umidità.

Vanno incontro, poi, alla peronospora (bremia), con temperature di 18 – 20° C e umidità elevata (purtroppo, condizioni tipiche del periodo di crescita), soprattutto sotto tunnel per ristagni di umidità. In questo caso, un’azione prevenzione può essere fatta con il solito rame e arieggiando il tunnel ogni giorno.

Il verticillium fa marcire completamente la pianta con presenza di muffe. Poiché si diffonde rapidamente, vanno subito eliminate le piante colpite evitando di diffondere la muffa. Ovviamente, le piante malate non devono finire nel compost.

La botrite si sviluppa sempre sulle parti secche per poi trasmettersi su quelle verdi con basse temperature tra 12 e 18° C e molta umidità (pioggia); a titolo preventivo, eliminare sempre la parte secca delle piante.

Infine, l’oidio, molto attivo nelle colture autunnali.

Parassiti delle lattughe

Quelli terricoli comprendono gli elateridi, che vanno adescati con la mezza patata; le nottue, ovvero larve di lepidotteri, che escono di notte e mangiano soprattutto a livello del colletto, trascinando parti di verde nella tana: usare bacillus thuringiensis e controllare i dintorni della pianta colpita, per scovarli sotto terra; infine, larve di maggiolino e di oziorrinco (vedi all’inizio).

Fuori terra agiscono ancora altre larve di lepidotteri e gli afidi, difficili da eliminare nell’insalata da cespo: intervenire con il piretro finché questo è ancora lasco; poi, è sufficiente un buon lavaggio prima del consumo (eventuali afidi ingeriti apportano proteine e hanno lo stesso sapore dell’insalata!).

 

Le cicorie

cicorie

Le cicorie sono piante biennali, che montano a seme nel secondo anno di vita a meno di errori colturali (semina troppo anticipata). Come le lattughe, anche le cicorie le suddividiamo in due gruppi: da taglio e da cespo.

Dalle nostre parti, vengono coltivate due cicorie da taglio: la spadona, o cicorino, e quella dolce di Trieste, o triestina; si possono seminare a spaglio o, meglio ancora, a file e sfalciare più volte. Temono la concorrenza delle infestanti perché hanno crescita diritta. Possiedono radici fittonanti a sviluppo molto rapido. Invecchiando, se si alza la temperatura, le loro foglie si coprono di peluria che, poi, perdono in autunno. In primavera si può fare un ultimo taglio; poi, vanno eliminate prima dell’estate.

La varietà triestina si ricopre meno di peluria della spadona, risulta più dolce e, quindi, nelle preferenze sta sostituendo la spadona. Se si opta per la spadona e questa dovesse crescere troppo e diventare dura, si può sempre cuocere.

Perché queste cicorie non montino a seme vanno seminate da aprile in avanti (anticipare troppo tale operazione può far subire alle piantine uno stress da freddo e farle montare rapidamente a seme). Poi, per averle sempre tenere vanno bagnate spesso. Vengono colpite dagli afidi, soprattutto in autunno: eliminare, allora, la parte aerea e attendere la crescita primaverile.

Possono seguire le leguminose (piselli e fagiolini nani) e approfittare dell’arricchimento di azoto apportato da queste colture.

La paesana o cicorino a grumolo, si semina a luglio(il seme germina con temperature fino a 30° C), l’emergenza può essere facilitata coprendo l’aiuola con il classico saccodi iuta mantenuto umido. Seminata a spaglio, a settembre può essere sfalciata assieme alle erbacce; poiché la cicoria cresce più in fretta dell’erba, essa avrà il sopravvento e a novembre si può fare un altro sfalcio. A primavera emergerà nuovamente, prima la varietà rossa e, poi, quella verde. Se si semina a file, la pulizia dalle erbacce risulta più facile e si può tagliare una prima volta già ad agosto, come cicorino da sfalcio,  e altre due volte prima dell’autunno. In passato la paesana si seminava direttamente nei prati, dove riusciva a competere con le altre erbe senza bisogno alcuno di concimazioni.

Le cicorie a cespo, a parte la belga, hanno tutte origine italiana: rosse di Chioggia, Verona e Treviso, variegate di Castelfranco e di Lusia, ecc., tutte selezionate in base ad ambiente, clima e terreno..

Si seminano a partire da maggio e fino a tutto luglio e si trapiantano a partire da  inizio luglio, per la raccolta da fine agosto a prima dell’inverno. Se l’operazione di trapianto viene fatta a radice nuda, si accorcia leggermente la radice e la parte aerea. Vanno messe a 35 cm una dall’altra, meglio con disposizione a quinconce. Per le trevigiane, le distanze possono essere minori, visto che si sviluppano di più verso l’alto.

Le trevigiane si distinguono in due varietà: precoce, i cui cespi si chiudono da soli ai primi freddi, e tardiva, da forzare. Si distinguono perché la prima presenta lunghe foglie carnose piuttosto larghe, di colore rosso brillante e coste bianchissime leggermente ramificate, mentre la seconda presenta foglie rosse, di forma molto più stretta e coste bianche lisce. Entrambe si seminano a inizio luglio con trapianto a fine luglio, metà agosto. Per le precoci, la raccolta inizia già da fine settembre. Quelle tardive, invece, vanno forzate.

Ci sono vari metodi di forzatura:

  • Il più semplice prevede una sfalciatura a settembre, a 2 cm sopra il colletto. Le piante così tagliate vanno rincalzate con terreno soffice-sabbioso, poi si aspetta la nuova emergenza. Quando dal cumulo emergono le prime foglie, è arrivato il momento della raccolta. Per motivi estetici, assieme al cuore può essere conservata anche parte della radice, che va pelata (radicchio trevigiano).
  • La tecnica usata nel Trevigiano consiste nell’estirpare le piante con tutta la radice, legandole poi a mazzi. La parte radicale dei mazzi, infine, viene immersa in acqua corrente di risorgiva, con temperature di 12 – 13° C. Nella nuova situazione, la pianta torna a germogliare, emettendo nuove foglie. Quando lo sviluppo raggiunge dimensioni ottimali, le piante vengono tirate fuori dall’acqua e la parte vecchia eliminata completamente, lasciando solo il cuore attaccato a un pezzetto di radice pulita (operazione di toelettatura). L’aspetto è simile al risultato precedente ma con questo sistema le nuove foglie risultano più lunghe e invitanti.
  • Un altro metodo di forzatura prevede di svellere dal terreno tutta la pianta, comprese le radici, tagliare la parte aerea 2 cm sopra il colletto e un terzo della radice; collocare, poi, la pianta in verticale, dentro una cassa, riempiendo gli interstizi di sabbia fino a coprire le radici, che vanno mantenute sempre umide. La parte aerea, invece, va coperta con torba e il tutto collocato in un ambiente riscaldato, almeno a 15° C (una volta era la stalla, ora può essere il locale caldaia). Le alte temperature fanno rispuntare le piante. La produzione può essere modulata, preparando varie casse che verranno mantenute al riparo (sotto il portico). Ogni settimana, si può trasportare una cassa nell’ambiente riscaldato dando il via a una produzione scalare. Per la forzatura non serve la luce, mentre una temperatura più alta accelera i tempi di crescita. Ricordarsi di bagnare spesso le radici.

Se la cicoria trevisana dovesse rimanere nell’orto, all’arrivo del gelo si secca e, quasi, scompare. Ricomparirà con nuovi germogli a primavera, in questo caso già teneri e pronti per il consumo.

Anche il tarassaco può essere forzato: l’intera pianta, radice compresa, va estirpata e, dopo aver ridotto un po’ la radice, va sistemata verticalmente in una cassetta, ricoprendo le radici con sabbia umida. La pianta, poi, va tagliata 2 cm sopra il colletto e ricoperta con uno strato di paglia. Quando le nuove foglie emergono dalla paglia è giunto il momento di coglierle, tagliando sempre a 2 cm dal colletto. Si ribagna e si ottiene un nuovo raccolto. Era il sistema usato una volta in campagna per avere insalata d’inverno.

Adottando un sistema analogo, la cicoria belga consente due produzioni. Poi, la radice può essere tostata, ricavando un surrogato del caffè. Anche questa varietà si semina ai primi di luglio, poi si trapianta e ai primi freddi si sradica, procedendo come visto sopra. A livello industriale viene forzata in serre mantenute buie. Per una produzione scalare, si suddivide il nuovo letto di impianto in porzioni che, una alla volta, vengono riscaldate con resistenze elettriche.

Non richiedono forzatura la rossa di Chioggia e le variegate di Lusia e Castelfranco:

  • la rossa di Chioggia – inizialmente sviluppa foglie larghe che, poi, accestendo formano una palla dapprima verde e poi rossa;
  • la variegata di Lusia – si comporta come quella di Chioggia ma risulta più tenera e buona;
  • la variegata di Castelfranco – a questa serve uno sfalcio ad agosto, inizio settembre, e una copertura con paglia per farle prendere meno luce; con il freddo il suo cespo si colorerà di rosso e avorio; una volta raccolta, per presentarla bene si procederà a eliminare le foglie esterne e a sagomare le corone di foglie più esterne fino a far loro assumere la forma di una rosa; anche questa varietà è molto tenera e più dolce rispetto alla Chioggia.

Un’altra varietà di cicoria è quella denominata di Milano, o pan di zucchero. Anche questa va seminata ai primi di luglio e trapiantata a fine mese per un raccolto da settembre a ottobre.

Per  conservarla, in passato, la cicoria di Milano veniva sradicata e sistemata per terra in cerchio, con tutte le radici verso l’interno. Strato dopo strato, si formava un piccolo cumulo. Il centro con le radici veniva coperto di terra, e il tutto con uno strato di paglia. Il gelo rovinava solo la parte esterna, mentre la pianta continuava a vivere e il cuore diventava presto tenerissimo. Per il consumo, si toglievano le foglie rovinate, spuntando la parte terminale del cuore, se un po’ annerita.

Le cicorie non sopportano l’azione combinata del gelo e del disgelo anche per la loro conformazione. Nella struttura a cespo, infatti, prima gela la parte esterna e, poi, il cuore; durante il disgelo avviene il contrario, disgela la parte esterna, mentre il cuore spesso rimane gelato.

La catalogna è normalmente consumata cotta ma una varietà denominata “puntarelle” si mangia cruda, in insalata.  Anche i germogli (ricacci) delle altre varietà possono essere mangiati crudi prima che incomincino a indurire, vanno recisi alla base, così la pianta ne produrrà di nuovi. Le foglie esterne, piuttosto sviluppate si consumano cotte come la catalogna tradizionale.

 

Il cardo

cardiDi origine mediterranea, i cardi amano temperature estive. Seminati a metà maggio, sono pronti per la raccolta prima dell’inverno (sono un tipico piatto natalizio, nelle versioni bolliti, impanati e fritti, al forno con besciamella, ecc.). Il loro gusto è leggermente amarognolo, simile a quello del carciofo.

Il terreno di impianto va concimato con abbondante azoto, distribuito magari in due momenti, prima dell’impianto e una seconda volta a luglio. La semina può avvenire direttamente nell’orto, collocando 3 semi ogni postarella, a distanza di 80 cm una dall’altra, oppure in vasetto, rispettando la stessa distanza di impianto. Anche se presentano una fase di crescita iniziale molto lenta, dopo luglio esplodono superando in altezza 1,2 – 1,3 metri. Durante il primo stadio, vanno tenuti puliti dalle erbacce. Il colore delle foglie varia da un verde intenso al grigio- blu.

Nelle fasi iniziali di sviluppo, i cardi richiedono poca acqua, che va aumentata durante il mese di settembre. Prima del gelo, a fine ottobre, si incominciano a legare per le imbiancature. La prima legatura va fatta a circa 40 cm di altezza. Nella decina di giorni seguente, le foglie interne si allungano dopo di che si legano una seconda volta più in alto, lasciando fuori solo il ciuffo centrale.

Poiché temono il gelo, prima dell’arrivo del freddo vanno tolti dal campo dando il via al vero processo di imbianchimento che può essere ottenuto in più modi:

  • i cardi vanno scalzati, lasciando loro attaccato un pezzetto di radice, e messi in piedi, uno accanto all’altro in una fossa profonda 1 metro. Il cumulo, infine, viene coperto con paglia. Prima del consumo, vanno toelettati, lasciando un pezzettino di radice ed eliminando le foglie esterne e le foglioline dalle coste.
  • un secondo sistema prevede di sistemarli interi in celle frigorifere buie a 0° C; segue, poi, la toelettatura.
  • un altro sistema consiste nello scalzare parzialmente il cardo, tagliando la radice solo da un lato. Poi, il cardo viene piegato al suolo e ricoperto di terra, lasciando fuori solo la cima. Così sistemato, il cardo continua un po’ a crescere incurvandosi verso l’alto. Alla fine, si ottengono i famosi “gobbi”.
  • dove non gela, si possono avvolgere con plastica o tela scura e ottenere l’imbiancatura in campo.

Essendo una pianta biennale, spesso le radici lasciate nel terreno ricacciano e, alla fine, emetteranno un fiore simile al carciofo. I semi, di dimensioni 5 – 6 mm, possono essere utilizzati per le semine. Se trovano condizioni ottimali, i cardi possono diventare perenni come le varietà selvatiche (cardo alpino e mariano).

I cardi sono molto rustici e difficilmente vengono colpiti da malattie. Sono, invece, attaccati dagli afidi (nero della fava), che risultano persistenti e ne bloccano la crescita.

 

Il carciofo

carciofiDi origine mediterranea, il carciofo è stato selezionato già in epoche remote. Numerose le varietà: romanesco, rosso di Sardegna, rosso di Firenze, violetto, ecc.

Pianta poliennale (perenne), il carciofo entra in dormienza se le temperature diventano troppo elevate e si sveglia se riceve grandi quantità di acqua. Per questo è una tipica coltivazione invernale / primaverile. Richiede un terreno con pH tra 6 e 6,5, lavorato in profondità perché le radici sono fittonanti..

Nell’anno successivo al trapianto,alla base del cespo incominciano a crescere nuovi germogli, che se lasciati tutti sulla pianta produrrebbero una grande quantità di fiori di modeste dimensioni. Va, allora, eseguita la dicioccatura, con un coltello, per eliminare la parte in eccedenza.

I germogli possono essere staccati prima che si aprano, e vengono chiamati ovuli, o con qualche foglia, e sono chiamati carducci. Sia gli ovuli,  sia i carducci vengono generalmente utilizzati per creare nuovi impianti.. La moltiplicazione con il trapianto dei carducci richiede una maggior quantità di acqua iniziale ma il risultato è più veloce di quello ottenuto con gli ovuli.

I frutti (ma sono fiori, detti anche capolini o boccioli) possono essere di 1°, 2° e 3° grado o scelta: di 1a scelta, emessi dall’apice, con un frutto per germoglio; di 2a scelta, emessi dalle diramazioni principali, e rappresentano la quasi totalità di ciò che si trova in commercio; di 3a scelta, emessi dalle diramazioni secondarie, utilizzati dall’industria conserviera (carciofini).

Il carciofo diventa duro se lasciato invecchiare sulla pianta, oppure se conservato per molto tempo (appassisce); deve avere sempre le punte chiuse. Più è maturo e più la barba interna (pappi) e il frutto diventano duri.

Anche il carciofo subisce attacchi da parte degli afidi.

 

Il topinambur

topinambur

Di provenienza americana, è diventato ormai una pianta infestante anche da noi, caratteristica per i fiori gialli che si presentano a settembre (margheritone di 10 cm di diametro). Si può trovare lungo i fiumi e si riproduce dal tubero, che costituisce anche la parte commestibile della pianta. Per il trapianto,, vanno utilizzate parti di tubero che si collocano a distanza di 40 – 50 cm una dall’altra. La pianta ha uno stelo legnoso e può superare i 2 – 2,5 metri di altezza; più il fusto è grosso e più il tubero è grosso. E’ una pianta indenne da malattie che, però, può essere attaccata dai topi. Si raccoglie a fine settembre, scavando oltre i 10 cm di profondità. Il tubero va spazzolato e mangiato con la buccia, crudo o bollito (cotto risulta lassativo, crudo un po’ meno). Il sapore è amarognolo e richiama il carciofo. Lasciato sempre nello stesso posto produce tuberi sempre più piccoli e risulta infestante.

 

OMBRELLIFERE

Le ombrellifere vengono utilizzate in cucina principalmente per dare sapore ai cibi. Comprendono, infatti: carota, finocchio, prezzemolo, sedano, aneto, cerfoglio, coriandolo, cumino, pastinaca, oltre ad achillea, genepì,  ecc. Presentano tutte la caratteristica di una crescita iniziale molto lenta, pertanto in questa fase temono molto la concorrenza delle infestanti. Si preferisce, allora, seminarle nei vasetti e, successivamente, trapiantarle, a esclusione della carota che, avendo radice fittonante, nel vasetto si fascicola (si divide). Tutte le ombrellifere non amano troppo le concimazioni spinte: sono sufficienti 0,3 – 0,4 kg di letame pellettato per metro quadrato.

La carota

carote

La carota è di origine mediorientale e viene coltivata nel bacino del Mediterraneo da molto tempo. Ama temperature fresche perché con il caldo la radice diventa dura. Dalle nostre parti, in piena terra si semina in primavera, da marzo a giugno, in più riprese. La semina è preferibile per file, distanti 25 cm una dall’altra e, minimo, 5 cm lungo la fila (ottimali 8 cm). Infatti, se le carote sono rade producono se sono fitte si fanno concorrenza. A temperature tra 12 e 20° C, il seme impiega da 15 a 20 giorni per emergere, fino a 40 giorni con temperature più basse. Una copertura con tessuto non tessuto velocizza il processo di germinazione. Per semine effettuate a giugno, meglio schermare l’aiuola con il classico sacco di iuta mantenuto sempre umido. Preferiscono un terreno soffice con sgrondo d’acqua.

Per facilitare la semina si può mescolare il seme con un po’ di sabbia, oppure ricorrendo alla carta gommata: tagliate delle strisce di carta di giornale, si bagna con un po’ di colla (coccoina o gomma arabica) ogni 5 – 8 cm; si butta qualche seme e si ricopre il tutto con 0,5 cm di terra. Si possono usare anche nastri o semi in pillole tenendo presente di controllare sempre la data di confezionamento, considerando che un seme confettato resiste solo 6 – 7 mesi. Evitare sempre la concorrenza con le malerbe anche ricorrendo a stratagemmi come quelli visti all’inizio del corso.

Le malattie che colpiscono la carota sono batteriose, xantomonas ed erwina carotovora, che fanno marcire radice e pianta. Vengono, poi, attaccate da 2 tipi di peronospora: una per la parte aerea, l’altra per la parte radicale, oltre dall’alternaria, soprattutto in presenza di terreno pesante. Queste malattie vanno prevenute con l’impiego di rame.

Carenze d’acqua, poi, producono radici multiple, tuttavia durante l’irrigazione vanno evitati i ristagni. Un eccesso d’acqua produce spaccature che, se associate a batteriosi, fanno dare l’addio alla carota.

Tra gli insetti, i nematodi producono bitorzoli, gli elateridi le bucano; una mosca (ma in realtà è un lepidottero) depone le uova nella parte aerea e le sue larve mangiano la pianta. Questa mosca, però, non sopporta l’odore delle liliacee (aglio e cipolla), mentre quello della carota ricambia il favore alle liliacee per la mosca delle cipolle.

Particolare attenzione richiede l’attacco degli afidi, che va rintuzzato con il piretro, vista la configurazione delle foglie della carota che li nasconde alla vista (serve la lente per vederli). In questo caso, sintomatico di un attacco in corso può essere una mancata crescita della foglia, che rimane corta (stessa situazione per il finocchio).

La carota può essere raccolta quando il diametro della radice inizia a superare il centimetro; per il mercato italiano, invece deve superare i 2 cm. Normalmente per raggiungere queste dimensioni impiega tra i 70 e gli 80 giorni, in funzione anche della disponibilità d’acqua e del calore stagionale.

Il finocchio

finocchi

Il finocchio è un altro vegetale selezionato in Italia e, poi, diffuso nel mondo. Dalle nostre parti, infatti, riceve la giusta dose di luce diurna e, qualora questa aumenta, monta rapidamente in seme (ottimale un periodo di 12 ore; più si va a nord, durante l’estate, più il giorno diventa troppo lungo). Per tale motivo si semina in due periodi dell’anno: a marzo, per la raccolta a giugno, e verso il 10 luglio, per la raccolta autunnale. Poi, teme il gelo. Ideale è la situazione all’equatore, visto che risulta indifferente al caldo. La raccolta avviene nell’arco di 80 – 120 giorni.

Teme la concorrenza con altre piante e può essere trapiantato, dopo aver trascorso al massimo una ventina di giorni dall’emergenza, nel vasetto. Per le ragioni viste sopra, le piantine vanno comperate piccole e a fine luglio (né prima, né dopo).

Le distanze da mantenere all’impianto sono di 30 cm, minimi, tra pianta e pianta. Il finocchio richiede acqua costante (terra sempre umida) e soventi sarchiature. In compenso, non va mai rincalzato, poiché il grumolo è costituito da foglie: tale operazione serve solo agli elateridi e ad altri insetti, consentendo loro di bucarli più tranquillamente. Oltre alla piccola dose di concime organico visto parlando delle ombrellifere, quando il grumolo incomincia a crescere si può aggiungere un po’ di azoto, tenendo presente che un quantitativo eccessivo fa staccare le brattee dalla base. Se viene a mancare l’acqua durante le prime fasi di trapianto o crescita iniziale, il finocchio va in prefioritura causa stress (non deve mai mancare l’acqua).

Le principali malattie che infieriscono sul finocchio sono: la peronospora, che ne può colpire la parte aerea e si rende visibile con striature nere sui gambi estese fin dentro le brattee, e la xantomonas, che fa marcire l’intera pianta. Entrambe si prevengono con il rame, che va irrorato molto tempo prima del raccolto (la carenza è di 20 giorni, minimo). Viene, poi, attaccato dagli afidi, come la carota, e dal macaone (farfalla); quest’ultimo si può tenere lontano associando il finocchio con le cipolle.

Il finocchio teme il gelo e va raccolto prima che le temperature scendano sotto zero, oppure va protetto con tessuto non tessuto o sotto tunnel, per allungare il periodo di raccolta. Se le temperature scendono gradualmente e la pianta riesce ad eliminare un po’ di acqua interna, si abitua al freddo e resiste fino a -2° C; uno sbalzo repentino, invece, rovina subito la pianta.

I fiori del finocchio sono ermafroditi e le differenze di forma (piatto e rotondo) sono dovute a varietà diverse. In questo caso, i finocchi piatti (mantovani) sopportano meglio il caldo e si addicono a una raccolta estiva, mentre quelli rotondi preferiscono l’autunno. Anche il sesto di impianto condiziona la forma: più è fitto e più tende ad appiattirsi e ad allungarsi, mentre senza concorrenti assume una forma più rotonda.

Se si semina direttamente in file, va sfoltito più volte fino a rispettare la misura vista prima; se si trapianta da vasetto va messo subito a misura giusta.

Il prezzemolo

prezzemolo

Il prezzemolo presenta poche varietà: comune, gigante e riccio, quest’ultimo meno saporito e utilizzato principalmente per guarnire le portate in tavola. Si usa per insaporire varie ricette, però sempre con moderazione (stessa cosa per il basilico) perché una quantità esagerata risulta tossica per il fegato.

Pianta biennale come il finocchio, anche il prezzemolo se seminato in anticipo monta a seme, per le basse temperature. Per tale motivo, l’emergenza del seme deve avvenire con temperature sempre superiori a 10° C (bastano solo alcuni giorni più freddi per innescare il processo). Quindi, mai seminarlo prima della metà di aprile. Con temperature comprese tra 12 e 22° C, il seme impiega 10 giorni per nascere; per evitare il raffreddamento, può essere coperto con tessuto non tessuto fino alle prime fasi di crescita. Preferibilmente va seminato a file, distanti tra loro 30 cm e 10 cm tra gruppo di semi lungo la fila. Meglio ancora, si può trapiantare da vasetto e iniziare la raccolta dopo appena 15 giorni, non appena supera l’altezza di 20 cm. Tenere presente che una singola piantina produce fino a 1 kg di prezzemolo in varie riprese (più si taglia e più ricresce). Per il prezzemolo è molto indicata la pacciamatura con teli di plastica nera.

Le malattie che colpiscono il prezzemolo sono le classiche delle ombrellifere a cui si somma la cercospora; questa si presenta con macchie che arrivano fino a seccare la pianta; vista l’esiguità della coltivazione e la facilità d’impianto, non vale la pena di trattarlo con rame e, se si ammala, meglio eliminarlo e sostituirlo (ultima semina possibile a luglio). Gli afidi non lo fanno crescere, ma si possono eliminare tagliando la pianta. Teme il gelo ma non muore e ricaccia a primavera per la fioritura. Le piante giovani (seminate a luglio) sopportano meglio il freddo di quelle vecchie, perché con l’età il prezzemolo emette radici anche verso l’alto, che finiscono per uscire dalla terra; quello vecchio, allora, va rincalzato un po’, prima della brutta stagione. Vuole acqua ma non eccessivamente, con l’accortezza di bagnarlo sempre dopo ogni taglio.

Il sedano

sedano

Il sedano, oltre che a insaporire, viene spesso consumato fresco (pinzimonio). Di origine palustre, ama moltissimo l’acqua (senza non produce e, pertanto, va irrigato ogni 2 – 3 giorni). Nell’orto viene sempre trapiantato poiché presenta una lentissima fase di crescita iniziale. Per superare i 4 – 5 cm necessari per il trapianto devono passare 60 – 70 giorni da quando emerge. Il seme nasce con temperature comprese tra 14 e 20° C. Generalmente si fa il doppio trapianto, il primo eseguito da seminiera a vasetto quando è spuntata la prima vera fogliolina (i due cotiledoni sono troppo piccoli per essere maneggiati). Come il prezzemolo, anche il sedano sfrutta molto bene l’effetto prodotto dalla pacciamatura. Calore e acqua in abbondanza fanno sviluppare bene sia le foglie sia il gambo. Per renderlo più morbido si procede all’imbianchimento e la tecnica usata più frequentemente è quella che utilizza due fogli di politene messi in verticale, uno per parte, e graffettati ai due lati di ogni pianta. Una volta si usava la rincalzatura ma, oltre al risultato modesto, richiede molto spazio tra fila e fila. Dopo 15 giorni, il sedano da verde diventa bianco e tenerissimo (niente a che vedere con il sedano bianco di natura perché neanche lui diventa tenero senza questa operazione), altrimenti rimane filaccioso e duro.

Una varietà coltivata per la radice, utilizzata sia cruda sia cotta, è il sedano rapa o di Verona. Trapiantato a maggio, viene raccolto tra settembre e ottobre. Maturato, non monta a seme perché pianta biennale, però ingiallisce fino a seccare, diventando molto duro. Meglio piantarlo più volte durante la stagione, in piccole quantità. Tagliato al colletto, ricresce; tuttavia la pianta tende a invecchiare. L’ultimo trapianto si può fare a fine agosto per poterne disporre durante tutto l’autunno. L’operazione di imbianchimento è anche una protezione dal freddo e allunga il periodo di raccolta del sedano, che può protrarsi fino a Natale.

Il sesto di impianto deve essere di 35 x 35 cm, se vogliamo che la pianta abbia le distanze giuste per potersi ben sviluppare.

Le malattie sono le stesse del prezzemolo. In questo caso, però, visti i tempi di crescita, per le crittogame e le batteriosi usare il rame. L’attacco si manifesta principalmente con alte temperature così, se la terra attorno al sedano rimane sempre umida, difficilmente la cercospora fa danni.

Pericolosi, poi, sono gli afidi (nero) e le formiche, viste le loro propensioni a far loro da baglia. Eliminare, quindi gli afidi e i nidi delle formiche, che possono venire piazzati sotto le piante di sedano, mediante appropriati insetticidi.(piretro in polvere).

Altre ombrellifere sono: cerfoglio, coriandolo e cumino, di limitato interesse per l’orto famigliare.

 

LILIACEE

Le liliacee comprendono: asparago, aglio, cipolla, scalogno e porro. Caratteristiche comuni: non hanno bisogno di molta concimazione (0,3 – 0,4 kg di letame secco per metro quadro), sopportano benissimo i trapianti a radice nuda (come tutte le bulbose) e non richiedono molta acqua, solo ogni 2 – 3 settimane se non piove.

L’asparago

asparagi

La diffusione dell’asparago negli orti famigliari è sempre stata limitata dal costo delle “zampe” e, soprattutto, dalle notevoli cure che richiede un’asparagiaia per ottenere l’asparago bianco. Si può optare, però, per qualità che si raccolgono verdi e, non necessitando di essere seppellite da grandi cumuli di terra, richiedono impegni accettabili. Al posto delle zampe, si può partire dal seme, seminato a inizio primavera. Le piantine vanno messe a dimora a giugno mantendo distanze di 1 metro tra le file e di 30 cm lungo la fila. Durante le prime fasi di crescita vanno mantenute pulite dalle erbacce. In autunno, si taglia la parte aerea, che va ricoperta con alcuni cm di terra. Sopra la terra, va steso uno strato di letame maturo o compost. A inizio primavera, non facciamo nulla, togliamo solo le erbacce e ripetiamo l’operazione fatta in autunno (copertura con terra e letame). Nella primavera seguente, dopo 2 anni dall’impianto, si possono raccogliere i primi turrioni una volta che questi hanno raggiunto un’altezza di 10 – 20 cm, fino a metà giugno, ricordandosi di lasciarne in posto sempre una parte. In autunno, il solito procedimento. Dalla primavera successiva (terzo anno), si può raccogliere la totalità dei turrioni che emergono fino a metà giugno, anno dopo anno per tutta la durata della asparagiaia (10 – 20 anni).

Un accorgimento è quello di mantenere l’asparagiaia sempre pulita dalle erbacce, almeno fino a tutto luglio. Il terreno, poi, deve essere molto sciolto (sabbioso) senza ristagni d’acqua. A primavera, se non piove, va inumidito per avviare la crescita, poi comportarsi come visto in generale.

Tra le avversità, la mosca delle cipolle, che va combattuta con il bacillus thuringiensis (l’associazione con la carota risulta difficile, considerata la durata nel tempo dell’asparagiaia).

L’aglio

aglio

L’aglio si riproduce solo con i bulbilli, ottenuti dalla divisione del bulbo. Vanno piantati, interrandoli leggermente, a novembre o a febbraio per raccogliere il prodotto dopo 5 – 6 mesi. Le distanze da mantenere devono essere di 20 cm tra le file e di 10 cm lungo la fila.  L’aglio teme le erbacce e va mantenuto pulito con la zappetta.

Una varietà nostrana presenta lo scapo florale (bigolo) che va tolto quando supera di 7 – 8 cm le foglie. Il bigolo è molto apprezzato dai buongustai: si fa saltare in padella o soffritto e usato, soprattutto, per condire la pasta. Adesso, però, anche da noi si preferiscono varietà che non producono il bigolo.

L’aglio è maturo quando il gambo si piega e, diventato vuoto, non ha più scambi clorofilliani tra foglie e bulbo. Non ha senso piegare o torcere il gambo perché si ridurrebbe il periodo di scambio clorofilliano (deve fermarsi da solo). Quando incomincia a seccare, va tolto dalla terra e lasciato asciugare al sole per 1 o 2 giorni. Poi, va conservato all’ombra e al fresco, sospeso all’aria per evitare produzioni di muffe.

Visto anche il periodo di crescita, l’aglio  vuole poca acqua, eccessiva umidità porterebbe ad attacchi di peronospora, che si manifesta con foglie grigiastre e maculate (usare il rame per evitare che si trasmetta al bulbo).

La cipolla

cipolle

La cipolla si suddivide in: bianca, rossa e dorata. Le tre varietà presentano periodi di crescita diversi: le rosse sono precoci, le bianche semiprecoci e le dorate tardive. Diversa anche la dormienza che può variare tra 60 e 120 giorni: durano di più le dorate (di Parma, Bologna, Milano, ecc.), mentre quella che resistono meno sono le varietà rosse (di Tropea, ecc.). Per questo, per il consumo, le varietà rosse e bianche si preferisce usarle fresche, mentre le dorate si possono conservare più a lungo.

Le cipolle vanno seminate a settembre per essere trapiantate a novembre. Svernano in campo e iniziano a sviluppare il bulbo da aprile in avanti. Da fine maggio, già si possono consumare fresche. Colte mature, si conservano per 2 – 3 mesi.

Se per la coltivazione si usano i bulbilli, questi vanno messi a dimora a seconda della varietà già da novembre. Fare attenzione alle varietà brevidiurne e lungodiurne perché, se si sbaglia il periodo, montano rapidamente a seme (evenienza da tenere presente soprattutto per i bulbilli).

La raccolta delle cipolle va fatta quando la canna si piega da sola. Se colte non mature e si seccano, in presenza di umidità germogliano subito; se colte mature, resistono per il periodo di dormienza loro caratteristico. Appena colte, vanno fatte asciugare per 1 o 2 giorni al sole e, poi, conservate come l’aglio, in un luogo fresco. Le cipolline sono cipolle a crescita interrotta e, pertanto, vanno subito consumate. Se una cipolla germoglia (evento che normalmente si verifica a ottobre o agli inizi di primavera) può essere piantata nell’orto per produrre i cipollotti, che vanno raccolti quando raggiungono le dimensioni di un pollice e consumati freschi. La raccolta, tuttavia, va fatta sempre prima che inizino a montare a fiore (scapo floreale).

La malattia principale della cipolla è la peronospora che non fa durare il bulbo: se si avverte la sua presenza, foglie dapprima grigiastre, poi giallastre e, infine secche, intervenire subito con il rame per evitare che l’inconveniente si propaghi al bulbo. Un’altra avversità è la mosca della cipolla che si può combattere associando la cipolla con la carota.

Lo scalogno

scalogno

Lo scalogno è una pianta biennale con una buona dormienza. Come per l’aglio, per la piantagione si usano i bulbi che vanno messi a dimora nell’orto verso la fine di febbraio.

Le distanze di impianto sono di 30 – 35 cm, perché il cespo raggiunge dimensioni notevoli. Per questa sua caratteristica, soffre meno delle altre liliacee la concorrenza con le erbacce. Per lo scalogno non viene usata la pacciamatura che, invece, può essere adottata per aglio e cipolle. Le varietà sono molte e differiscono per la forma del bulbo che può essere allungata o rotonda. Le varietà tonde sono più produttive: in questo tipo, durante la crescita, spesso i bulbi centrali vengono spinti verso l’alto e fatti uscire dalla terra. Tendono, allora, a seccare ancora non maturi, con rischio di germinazione precoce. Pertanto, vanno colti e consumati subito. Quelli che raggiungono la maturazione in terra, vanno fatti seccare come le cipolle e durano tutto l’inverno.

Pianta molto rustica, teme solo la peronospora, che provoca marciumi. L’attacco può iniziare già a partire da aprile, quando aumenta l’umidità. Va, quindi, preventivamente trattato con rame.

Il porro

porro

Anche il porro è una pianta biennale. La semina può essere scalare, la prima su letto caldo, per effettuare 3 – 5 trapianti nel corso della stagione. Il primo trapianto si fa a fine aprile per una raccolta a fine giugno. Può restare nell’orto fino alla montata a seme, che avviene a maggio dell’anno successivo, continuando a crescere di dimensioni, ma diventando sempre più duro. Dal seme alla germinazion, passano una decina di giorni, mentre  si può trapiantare dopo circa un mese dalla nascita. Le piantine si fanno nascere in vivaio e, poi, si trapiantano a radice nuda. Poiché a differenza delle altre liliacee il porro va rincalzato, le distanze di impianto devono essere maggiore di quelle adottate per cipolle e aglio: tra le file le distanze devono essere di 40 – 60 cm, mentre lungo la fila bastano 10 – 15 cm. Se si colloca in un foro profondo ricoprendo le radici solo con l’inaffiatura iniziale può non essere rincalzato (ci penserà la pioggia a far riempire di terra il foro gradualmente) e allora può essere piantato più fitto, a 25 – 30 cm tra le file e sempre 10 – 15 cm lungo la fila.

Le avversità sono sempre le solite: peronospora, che lo fa marcire, e, d’estate, la mosca della cipolla, che va combattuta con il bacillus thuringiensis o associandolo alla carota. Se colpito, si può anche tagliare alla base lasciando un dito di altezza. Il porro ricrescerà tranquillamente nei due mesi successivi, rimanendo un po’ più piccolo.

La parte tagliata va bruciata o buttata nella spazzatura; mai nel compostore.

 

CRUCIFERE

Le crucifere comprendono: cavoli, tutti di selezione italiana, eccetto il cavolo cinese, e suddivisi in cavolo verza, cavolo cappuccio, nelle versioni rosse e verdi (il rosso è il colore dominante e, sotto stress, spesso si ripresenta anche nei cavoli verdi), broccoli, cavolfiori, cavolini di Bruxelles e cavoli rape, tutti biennali.

Sono crucifere anche rapa (a ciclo annuale), nelle varietà navoni, cima di rapa, rapanello, raperonzolo, cren o rafano, oltre al rucola e crescione.

I cavoli

cavoli

Tutti i cavoli sono piante biennali che si coltivano, con ciclo annuale, praticamente tutto l’anno perché ci sono varietà che maturano in ogni stagione.

I cavoli richiedono un terreno con pH compreso tra 7 e 7,5. In terreni acidi sviluppano l’ernia del cavolo che li fa marcire o li rende malformi. La malattia, infatti, impedisce un corretto assorbimento dell’acqua e persiste anche per 6 – 7 anni nel terreno. E’ possibile sterilizzare il terreno con formalina, tuttavia questo procedimento è sconsigliato nell’orto famigliare. In presenza di un terreno a pH elevato, questo grave inconveniente viene scongiurato (vedere modalità correttive del pH del terreno, all’inizio). L’ernia del cavolo si manifesta presto, fin dalle prime fasi di sviluppo, con piccoli tubercoli nelle radici. Crescendo di dimensioni, con il caldo i cavoli appassiscono e anche bagnandoli si rimettono poco perché non sono più in grado di assorbire acqua.

I cavoli possono essere precoci e maturare in 40 giorni dall’impianto e semiprecoci, pronti per il raccolto dopo due mesi circa. Fare attenzione al periodo di semina che va scelto in funzione di questa caratteristica.

Tutti i cavoli con la palla (pomo) di piccole dimensioni resistono bene al freddo, mentre se questa è già ben formata (maturi) vanno incontro a problemi seri, anche se non muoiono. Le specie bollose (verze) resistono meglio di quelle a foglia liscia.

I cavoli vengono attaccati dagli afidi (afide ceroso), dalle cavolaie (bruchi di farfalla) e dal trialeurodide o mosca bianca. Tra le malattie, la septoria e l’alternaria, che si combattono con rame. Anche le nottue, soprattutto a luglio, procurano qualche fastidio. In questo caso, di sera, usare il bacillus thuringiensis .

Il sesto d’impianto medio è di 70 x 50 cm, fino a 70 x 60 cm per i cavolfiori. Tenere presente che le misure d’impianto incidono molto sulle dimensioni dei pomi. Se si riducono le distanze (40 cm), tra le piante scatta la concorrenza e i pomi risulteranno più piccoli. Caratteristica, questa, che si può sfruttare quando la consistenza della famiglia è ridotta e, di conseguenza, anche il fabbisogno di cavoli. Le dimensioni del pomo, invece, non influiscono sulla sua durezza, che dipende sempre dalla qualità.

Un altro fattore che influisce sulle dimensioni finali del raccolto è l’età della piantina al momento del trapianto. Se tale operazione avviene con piantine a radice nuda, per dare il meglio di sé quelle di cavolo verza e cappuccio dovrebbero avere circa 20 giorni e presentare 2 foglie vere. Per i broccoli e i cavolini di Bruxelles, invece, l’età ideale è di 40 giorni. Se il trapianto avviene con piantine formate nel vasetto, qualche giorno di vita in più è tollerato.

L’uso di pacciamatura nel caso dei cavoli non comporta nessun vantaggio addizionale, oltre a quelli classici che comporta questa operazione (umidità e terreno più soffice).

Tutti i cavoli vanno rincalzati, per consentir loro di superare meglio la forza del vento. Ciò impedisce anche che il pomo appoggi per terra, per la delizia dei parassiti e attacco di marciumi.

Una caratteristica importante che deve avere il terreno è un sufficiente contenuto di boro; se questo elemento è carente, il cavolo va incontro alla clorosi che ne rallenta la crescita e ne favorisce le batteriosi, fino a produrre marciumi della parte centrale del pomo. L’inconveniente è generalizzato per tutti i cavoli anche se il cavolfiore risulta più sensibile a questa mancanza. Una carenza minima può portare solo batteriosi che colpiranno le piante in momenti di stress particolari. Se si dovessero fare le analisi del terreno, non dimenticare questo particolare oltre al pH. Prodotti con boro sono reperibili in commercio e vanno usati leggendo prima le istruzioni.

Il cavolo verza presenta varietà che si possono coltivare quasi tutto l’anno. Se piantato troppo presto, si comporta come una pianta annuale. Dato, però, che si raccoglie non appena ha formato il pomo, questo pericolo non si corre. Tuttavia, se la verza rimane sul terreno, rapidamente romperà la palla e farà uscire la tipica infiorescenza gialla.

Le varietà a foglia liscia sono più adatte per il periodo estivo, mentre quelle ricce sono preferibili per l’autunno e l’inverno, anche per una caratteristica pratica. Le foglie lisce aderiscono molto tra di loro e la palla risulta così molto compatta e poco resistente al gelo; quelle riccie, invece, presentano molte bolle d’aria all’interno della palla, caratteristica che consente maggiore coibentazione alla parte centrale.

La scelta della varietà va fatta in funzione del periodo di raccolta, tenendo anche presente che se il pomo non sarà ancora formato al sopraggiungere del freddo, e risulterà aperto, avrà pochi problemi, potendo resistere fino a -10° C senza inconvenienti. Infatti, le verze piantate in autunno superano tranquillamente l’inverno e si possono raccogliere in primavera (attenzione alla fioritura).

Nel passato, le verze venivano conservate all’aperto con un sistema molto semplice: si sradicavano dal terreno e si ripiantavano una addosso all’altra, ricoprendole, poi, con della paglia.  L’aria interstiziale e la paglia ne consentivano la conservazione per tutto l’inverno. Questa tecnica era molto usata nelle campagne perché la verza e il tarassaco, visto in precedenza, costituivano una parte importante delle poche verdure allora disponibili in campagna. Oggi, la conservazione avviene in celle frigorifere o rifornendo i mercati con produzioni provenienti da aree meridionali.

Il cavolo nero (cavolo toscano o palmizio) non forma il pomo ma continua acrescere.  In cucina, vengono utilizzate le foglie per fare la ribollita.

Il cavolo cappuccio, di colore rosso o verde, presenta foglia liscia e pomo compatto: non resiste al gelo.

Nel nostro Paese viene coltivato meno della verza, al contrario del Nord Europa, dove viene raccolto prima del freddo, tagliato a strisce e messo a strati in un barile con sale e un peso sopra i vari strati. In questo modo, perde acqua e si conserva a lungo (crauto).

Il cavolo cappuccio ha un ciclo più breve della verza e il suo pomo si forma già dopo 40 – 50 giorni. Se viene mangiato crudo, sono preferibili le varietà precoci che risultano più tenere, mentre se viene cotto la scelta dovrebbe cadere su varietà più tardive che tengono meglio la cottura.

Il cavolo cappuccio non si conserva all’aperto come le verze, ma va raccolto prima del gelo, con tutte le fogli esterne, e conservato in un ambiente con temperature comprese tra +1 e +5° C. In questo modo, la parte centrale potrà resistere fino a un paio di mesi, anche se le foglie esterne marciranno. A differenza delle patate, la presenza di luce non influisce sulla sua conservazione.

Cavolfiore e cavolo broccolo: il primo deriva dal secondo per selezione avvenuta a partire dal ’700.

Poiché sono crucifere a sviluppo più voluminoso di quelle viste finora; il sesto di impianto va aumentato a 70 cm tra le file e 60 cm lungo la fila. Il pomo di queste crucifere altro non è che il bocciolo del fiore da cui, poi, si svilupperà l’infiorescenza.

Per il cavolfiore sono stati ottenuti ibridi che maturano in tempi definiti, tra 45 e 250 giorni, per raccolte scalari pur con un impianto unico. Per il nostro orto, vanno scelte più varietà a maturazione differente, per evitare una maturazione contemporanea. A differenza del cavolo cappuccio, il cavolfiore e il broccolo superano bene l’inverno se i loro pomi non sono ancora formati, altrimenti subiscono danni. Per tale ragione vanno piantati in periodi che consentano la maturazione o prima o dopo il periodo di gelo.

Il cavolfiore produce un unico pomo, mentre molte varietà di broccoli ne producono vari: uno grosso, centrale, e altri più piccoli (broccoletti), dai rami ascellari.

Il cavolo di Bruxelles è una pianta rustica che resiste bene al freddo; presenta varietà precoci, per la raccolta autunnale, e tardive, per la raccolta invernale – primaverile. Le numerose gemme che si accompagnano allo stelo centrale, vanno colte scalarmente, partendo dal basso quando presentano un diametro di almeno 2,5 cm.

Il cavolo rapa è una varietà poco coltivata nel nostro Paese. La sua caratteristica è quella di immagazzinare riserve lungo il fusto che, così facendo, assume una forma sferica. Se non viene subito raccolto allo stadio ottimale, il cavolo rapa si allunga, diventa fibroso e perde valore.

Altre crucifere

Comprendono: rapanelli, cime di rapa,  rape, rucola e crescione. Vanno tutte seminate in file, mantenendo distanze di 20 – 35 cm tra le file, a seconda delle dimensioni della radice. Se troppo fitti, infatti, rape e rapanelli svilupperanno tante foglie e poca radice.

I rapanelli, seminati in file distanti una ventina di cm, sono colture primaverili e autunnali, con semine a marzo – aprile, per raccolte a maggio-giugno, e ad agosto, per raccolte autunnali.

Tra i parassiti, oltre a quelli visti in generale parlando dei cavoli, va tenuto conto anche dei danni prodotti dalle altiche, coleotteri che bucano le foglie e compromettono seriamente il raccolto sia allo stadio larvale sia a quello adulto. Le larve, di piccole dimensioni (2 – 3 mm), rodono la parte sotterranea, mentre gli adulti si cibano della parte aerea; se il rapanello è piccolo, un attacco di altiche lo fa scomparire completamente. Alle prime avvisaglie, vanno subito combattute con il piretro.

Le cime di rapa vanno seminate a metà agosto, per una raccolta autunnale. In coltura protetta, si possono seminare in autunno per una raccolta invernale. Le varietà possono essere quarantine e sessantine. Delle prime vengono raccolte le foglie, mentre per le seconde si può aspettare la formazione del bocciolo. La ragione è semplice: maturando prima, le quarantine passerebbero subito dal bocciolo al fiore giallo; le sessantine, invece, maturando in un periodo più freddo, vanno in fiore molto più lentamente. Per le cime di rapa, la distanza tra le file deve essere di 35 cm.

Le rape comprendono varietà precoci, che si seminano ad agosto per raccoglierle dopo 60 giorni, e più tardive, che possono essere raccolte dall’inverno fino agli inizi di primavera, poi spigano. Resistono bene al freddo e l’unico inconveniente che si presenta durante il raccolto può essere il terreno gelato.

Il crescione e la rucola vengono coltivati per le foglie, sia in coltura protetta sia in pieno campo. Entrambe queste crucifere possono essere seminate direttamente in file o trapiantate da vasetti. Il crescione è biennale e le sue foglioline possono essere continuamente raccolte

La rucola, invece, è annuale e va raccolta in un periodo ristretto, tra i 30 e i 60 giorni di vita. Sotto tunnel, può essere seminata a settembre e consentire due tagli autunnali e uno primaverile.

Anche la rucola viene appetita dall’altica, che manifesta la sua presenza bucherellando le foglie.

 

Project Details

X